ugg boots usa Visita alla fabbrica e ai laboratori Meizu in Cina

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Visita dentro i laboratori che hanno permesso di far nascere Meizu Pro 7 e dentro la sua catena produttiva.

Una delle esperienze più interessanti che un giornalista di tecnologia può fare in Cina è quella di visitare una fabbrica. Il nome fabbrica forse non è il più esaustivo visto che i componenti vengono realizzati da compagnie diverse, ma quello a cui facciamo riferimento è principalmente una catena di assemblaggio. Durante il viaggio per il lancio di Meizu Pro 7 a Zhuhai ho avuto l’opportunità di visitare le fabbriche di MLTEC (ovvero controllata Meizu) e i laboratori dell’azienda.

Dopo averci portato in bus alla sede di MLTEC (a fianco alla FlyMe House) ci è stato spiegato che avremmo dovuto lasciare tutto all’ingresso e abbiamo quindi consegnato smartphone e fotocamere. Niente foto della linea produttiva. Abbiamo poi indossato una tuta in plastica bianca, coperto le nostre scarpe e passato il controllo di sicurezza. Considerando la quantità di leak che a volte trapelano è facile pensare che questi avvengano in luoghi differenti dalla catena di montaggio. Più di 2000 persone lavorano in questa fabbrica dove vengono assemblati Meizu M5 Note e Meizu Pro 7. Altri smartphone vengono assemblati in outsourcing presso altre aziende, come per esempio la famosa Foxconn.

L’ambiente è estremamente pulito e estremamente ordinato. Sembrava un ordine comunque ponderato e non improvvisato. Difficile che abbiamo “sistemato” solo per noi, più facile che venga sempre mantenuto estremo ordine per massimizzare la produzione ed evitare rallentamenti.

La produzione è divisa su due piani. Quello superiore si occupa di assemblare lo smartphone. In degli ampi stanzoni lunghe file di sgabelli ospitano gli impiegati che si occupano ciascuno di un singolo compito, che sia posizionare un adesivo o avvitare una vite. Dopo aver posizionato i componenti principali sulla scheda verde un enorme macchinario si occupa di “unire” insieme il tutto e creare grosse schede madri, che vengono poi divise in schede madri singole per gli smartphone. Dopodiché si passa alla connessione con la scocca posteriore e via via al componente successivo, passandosi il tutto a mano o sul nastro scorrevole. Ogni passaggio richiede al massimo 10 secondi. In una specie di gabbia di plastica troviamo poi due persone che si occupano di collocare il vetro sopra la fotocamera. La protezione serve per impedire che nell’ambiente ci sia anche il più piccolo granello di polvere.

Ogni dipendente colloca il cartellino in bella vista sul supporto delle lampade sopra di sé. Le facce che vediamo lavorare sono spesso molto giovani, ma (anche con un po’ di risentimento) ci è stato confermato che assumere minorenni è illegale in Cina e che i dipendenti della catena sono tutti maggiorenni.

La catena continua molto precisa fino al completamento dello smartphone, dove una ragazza appone una pellicola fronte retro su una grande quantità di Meizu Pro 7 e poi li pulisce a dovere. Vengono poi riposti in un contenitore che verrà portato al piano inferiore. Gli smartphone hanno all’interno installato Android stock e questo solo dopo aver passato i primi test di funzionamento. Al piano inferiore viene poi flashato il corretto firmware FlyMe. Vengono poi eseguiti una grande quantità di test, sulla fotocamera, sull’audio e così via. Allo stesso piano ci si occupa dell’assemblaggio della confezione, con l’aggiunta degli accesori, della manualistica e dello smartphone stesso. Ogni giorno vengono prodotti (dall’intera catena MLTEC) 20.000 smartphone. Per produrre un singolo smartphone dall’inizio alla fine della catena servono un’ora e 5 minuti. Un tempo che può sembrare anche lungo se si pensa che si tratta principalmente di assemblaggio, ma che dimostra come i passi necessari al completamento siano molti e che a ciascuno viene dedicato un tempo ragionevole.

Gli smartphone durante tutta questa catena passano molti test e nel caso dovessero fallirne uno,
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che sia di assemblaggio, software o hardware, passano ad un altra parte dell’azienda che si occupa di controllarli e risolvere il problema. Non ci sono stati dati numeri precisi ma ci è stato detto che la catena di produzione Meizu è la terza in Cina per minor numero di prodotti difettosi durante l’assemblaggio.

All’ingresso era poi presente una piccola showroom dove venivano mostrati tutti i modelli della storia di Meizu (partendo dal lettore mp4 Meizu M6 e arrivando a Meizu Pro 6 Plus), oltra a qualche gadget ancora inedito in Europa come un bellissimo smartwatch analogico.

Siamo poi stati trasferiti alla sede principale di Meizu dove sono collocati gli uffici di ricerca e sviluppo oltre che una grande quantità di ordinatissimi laboratori. Anche in questo caso è un peccato non aver potuto scattare foto che avrebbero raccontato da sole molto più di quello che possiamo dire a parole. Li abbiamo trovati particolarmente ordinati e chiari. Ogni stanza era relativa al test di un particolare ambito e al suo interno più macchinari erano disponibili. Nella stanza dedicata alla resistenza dello smartphone, erano presenti macchine che testavano migliaia di volte la caduta di un telefono, il suo rotolamento, la resistenza all’acqua, alla torsione o prova di scarica e carica continua delle batterie. Abbiamo poi visto macchine premere 50.000 volte il tasto home oppure i tasti del volume (10.000 volte). Questi test venivano fatti sotto i nostri occhi con smartphone già in commercio, ma ovviamente il loro utilizzo primario è studiare prototipi in via di sviluppo. Avevamo poi una stanza dedicata alle interferenze elettromagnetiche e alla temperatura di lavoro dello smartphone. Molto interessante anche il microscopio da 5000 ingrandimenti utile a capire se ci sono imperfezioni nei punti dello smartphone dove si uniscono parti diverse della scocca.

Il racconto del lavoro in fabbrica, qualsiasi esso sia, non è certo elettrizzante ma entrare di persona in una di queste catene mi ha permesso di vedere il tutto con una nuova prospettiva, lontana da quella del lavoratore sfruttato e oppresso che abbiamo riguardo alle fabbriche cinesi. Nonostante la visita ufficiale di una delegazione di giornalisti occidentali si respirava un’aria abbastanza rilassata, che non pensavo di trovare al mio arrivo.

Personalmente non avevo dubbi sul fatto che Meizu avesse pieno controllo di buona parte della sua catena produttiva, ma è stata una bella esperienza quella di visitare una fabbrica così ordinata ed efficente. Diventa subito più apprezzabile la differenza fra uno smartphone realizzato realmente dall’azienda che appone il proprio marchio su di esso e quello realizzato da molte aziende cinesi che, pur di vendere al prezzo minore,
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non si occupano di realizzare il prodotto ma lo scelgono invece da un catalogo.