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Ho due anni di esperienza in due call center. Al primo pagavano a provvigione con una percentuale sui contratti andati a buon fine. E malgrado le circolari farse che facevano girare, pensavano solo alla produzione, a scapito della chiarezza con i potenziali clienti: in poche parole, quantità più che qualità. Ti spremevano sette ore al giorno per paghe mensili a volte con due cifre in periodi di crisi. Nel secondo call center ho lavorato 32 giorni d’estate, e siccome pagavano un fisso di poco meno di 5 euro all’ora (!), considerarono troppo pochi 12 contratti conclusi in quei caldi giorni. Parlare di precarietà è fargli un complimento! Oramai la gente è bombardata da queste telefonate, spesso ambigue e poco veritiere e quindi non da più molto credito. Inoltre ci sono attualmente delle restrizioni dovute alla privacy, materia di cui mi occupo ora e che nel nostro bel paese, come spesso accade, non viene ancora recepita in modo adeguato.

Postato venerdì, 9 giugno 2006 alle 12:19 pm da Marcello

mi piacerebbe non riscontrare toni polemici, soprattutto se ci rivolgiamo tra precari. è vero che la situazione italiana non è fevorevole (resto sul dplomatico), ma in questo spazio si parla di call center ed è corretto e costruttivo, per tutti, scoprire cosa si nasconde in questo mondo. i call center credo si possano dividere in diverse categorie, ma per semplificare le cose pensiamo a 3 grandi categorie: quelli delle grosse aziende, dipendenti direttamente da esse, i garndi call center che prestano la propria forza lavoro sempre per le grandi aziende, e piccoli call center di piccoli privati che prestano il lavoro sempre per le grandi aziende. inbound e outbound. chi scrive è un ex lavoratore della 3, che ha erroneamnete creduto che questa realtà volesse realmente crescere anche sotto il profilo umano e professionale con il necessario confronto tra lavoratori e azienda, tra sindacati e azienda. così con un contratto di formazione operavo con scrupolo durante le mie 6 ore giornaliere, ma poi continuavo come rappresentante rsu. il tutto in buona fede, con serietà, voglia di confrontarsi per migliorare certi aspetti favorendo lavoratori e azienda (a lavoratore sereno corrisponde profitto). peccato che questo mi è stato comunicato qualche giorno prima, mentre per mesi mi confermavano che tutto procedeva bene. ed ero sereno, fiducioso e contento di un lavoro “strano” che mi piaceva pensarlo come un vero lavoro di ufficio. chissà se la cgil riconosce la storia? chissà se riconosce questa “penna”. per cui aggiungiamo a tutte le verissime cose che si leggono su questi spazi dedicati ai call center, anche il fatto che oltre a calpestare diritti sanciti da contratto nazionale (per chi lo “applica”) e statuto dei lavoratori, calpestano ancor di più i diritti sindacali. direte: ho scoperto l’acuqa calda. ciao luca

Postato venerdì, 9 giugno 2006 alle 1:56 pm da luca

Visto che si parla di call center, sono d’accordo con chi afferma che chi vi lavora non ha alcuna preparazione. Non discuto sull’educazione, ma io che lavoro tutti i giorni con i sauditi vi dico che in tutti i casi in cui uno di essi ha bisogno di assistenza non si trova mai un cristo in un call center che parli in inglese. E lavoro anche io quasi 10 ore al giorno e sono laureata e parlo tre lingue e guadagno circa 1.300,00 euro al mese. Le vostre lamentele sono ridicole, se non siete preparati non vi aspettate di meglio.

Postato venerdì, 9 giugno 2006 alle 1:57 pm da Elena

Lavoro in un call center da 8 anni. Sono uno di quelli fortunati, contratto a tempo indeterminato, 1200 euro netti al mese, 14 mensilità e premio di produzione. E comunque non ce la faccio più. Dopo solo 5 anni ho raggiunto il massimo della mia carriera, farò questo lavoro per altri 32 anni prima della sospirata EVENTUALE pensione. Lavoro sabato, domenica, natale e capodanno. E soprattutto faccio turni diversissimi tra loro. La mia settimana tipo? Lunedi sono stato il libertà perchè la sera, alle 23,17 iniziava il mio turno notturno. Ho staccato martedi mattina alle 7,04. Mercoledi turno dalle 7 alle 15,02; giovedi dalle 12,30 alle 20,32; oggi dalle 8 alle 16,02. Sabato a casa ma domenica sono al lavoro dalle 15,28 alle 23,30. Il mio orologio biologico ormai non ci capisce più niente, non ho più un orario regolare per dormire, mangiare o andare al bagno! Quando la mia azienda è nata il responsabile del Customer Service disse, in base ad uno studio serio, che questo tipo di lavoro non è sopportabile per più di due anni. Ne sono passati 10 e non se lo ricorda più nessuno. E vi ripeto, devo considerarmi un fortunato perchè dopo due anni ho smesso di rispondere al telefono (sono un supervisor); perchè quelli entrati in azienda dopo agosto 2000, pur facendo il mio stesso lavoro, guadagnano 200 al mese in meno di quanto guadagno io (a parità di lavoro svolto) ed hanno tre giorni di ferie l’anno in meno; perchè accanto a me, assunto a tempo indeterminato, ci sono ragazzi interinali che ogni sei mesi devono guadagnarsi il rinnovo del contratto, per un massimo di due anni: poi, comunque, vanno a casa.

E lavoro per una importante azienda nazionale, che ogni mese mi paga con regolarità e mi versa regolarmente fino all’ultimo contributo.

E comunque, dopo otto anni, pur essendo cosi fortunato, non ce la faccio più. Un ultima cosa, vorrei dire a chi crede che nei call center ci siano solo ragazzoti scarsamente preparati e poco professionali, che invece qui è pieno di giovani laureati e che per fare questo lavoro, in una azienda come la mia dove le cose cambiano ogni giorno (lavoro per una tra le più importanti azienda telefoniche italiane), bisogna studiare e tenersi aggiornati. I ragazzi dei call center sono di gran lunga migliori di quello che crede Elena, qualcuno oltre ad essere laureato e a parlare tre lingue come lei, sa anche mettersi nei panni degli altri.

Postato venerdì, 9 giugno 2006 alle 2:03 pm da mauro

Questa mi sembra la guerra dei poveri cristi. ho uno stipendio molto sopra la media e titoli di studio prestigiosi. Vorrei che almeno qualcuno provasse a mettersi nei panni di una persona che alle cinque del pomeriggio ha alle spalle non meno di cinquata chiamate di clienti che nel novanta per cento dei casi sono maleducati e strafottenti. E magari ci tengono a farti sentire inferiore, perchè loro parlano dieci lingue, sono super laureati e non fanno un lavoro “da call center”. E magari vorresti parlare anche tu fluentemente l’inglese, peccato che l’azienda non abbia la minima intenzione ne di farti fare un corso, ne tanto meno di pagartene uno che faresti per conto tuo, e sinceramente con la paga appena sopra i 1000 euro al mese non riesci a mantenere una casa, fare la spesa e magari anche vestirti. Figurarci il corso di inglese. Io lavoro in un call center (s’era capito?) e mi ritengo comunque fortunata di avere un lavoro: certo, se magari potessi evitare di rovinarmi gli occhi otto ore davanti ad un pc senza quasi mai alzarsi, e trovare qualche cliente che ha rispetto per la persona dall’altra parte del cavo (che fino a prova contraria sta lavorando)sarebbe proprio il massimo.

Postato venerdì, 9 giugno 2006 alle 2:17 pm da loredana e cristian

Il mio ragazzo, laureato da 3 anni, ha trovato lavoro solo presso call center.

L’ultimo è stato un inferno. La sera era sempre irritabile, nervoso, intrattabile. Mi sono fatta spiegare e dopo circa tre mesi di martirio ho deciso di scrivere alla nota multinazionale per la quale era attivo il call center (assistenza clienti). Ho scritto a tutti i referenti (cinque) a distanza di qualche giorno indicati sul sito della società ed invitandoli ad intervenire anche e soprattutto nel loro interesse visto che i gestori del call center erano, tra l’altro, professionalmente scorretti verso di loro, ma niente nemmeno una risposta alle mails.

Li ho informati in quali condizioni da lager erano (sono) costretti a lavorare

gli addetti e di quanto questo influisse negativamente sulla “cordialità e disponibilità” verso i clienti che chiamavano, ma niente, nonostante il call center avesse ricevuto diverse lamentele in tal senso.
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