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Con i generi, lui, ci ha sempre giocato. Mischiandoli con la gioia di un cinefilo anarchico in Kill Bill, o arrivando a piegare la Storia in Bastardi senza gloria. Ora Tarantino si confronta con il genere: il western, anzi, ancora meglio, con quel western all’italiana così carico di ruvida intenistà. Un genere che serpeggia, non a caso, in tutte le sue opere.

Ora Quentin Tarantino lo prende di petto questo genere western così perfetto come sfondo di figure iconiche, di contrasti nitidi, esagerati, ombre buone o cattivissime che si stagliano in mezzo a un bagno di sangue dal sapore così pulp, irrealistiche e fumettose, come piace a lui. C’è chi, come Spike Lee, non ha avuto mezzi termini e ha tacciato il film di razzismo. Il peccato originario è quello di toccare il tema della schiavitù, nella storia che non lascia dubbi su chi siano i buoni di Django quella di uno schiavo (Jamie Foxx), affrancato dal cacciatore di taglie di origine tedesca e dal parlar forbito King Schulz (uno straordinario Christoph Waltz) e con lui sulle tracce di criminali prima e della moglie Broomhilda poi, schiava anche lei, venduta al terribile Mr. Candie (DiCaprio mai così carogna), schiavista che per divertimento fa combattere fino alla morte i suoi mandingo. Ci vuole tutta la genialità di Tarantino per sovrapporre la leggenda di Sigfrido alle peripezie dello schiavo nero liberato in cerca di vendetta: post moderno nella sceneggiatura così come nell’uso della musica, fra Morricone, Bacalov e il rap di RZA. Questo non è l’affresco storico di Lincoln ma il gioco appassionato di un regista innamorato del cinema.
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