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Noirimastiaderos “mentre da noi si “celebra” nuovamente un album del “ragazzino” cinquantenne che può ancora contare su pompaggi mediatici a livello mondiale in Inghilterra fioriscono ancora talenti interessanti lontani da format televisivi che certo bene non fanno alla musica intesa come arte. Non indifferente questo JB addirittura più giovane anche di un’altra bella sorpresa made in UK, il 21enne Ed Sheeran (stile diverso ma anche lui con i controfiocchi)”.

Ho voluto riprendere testualmente il commento di un gentile lettore per evidenziare due punti:

il primo: cosa mi piacerebbe diventasse la rubrica, ossia una sorta di Forum musicale dove ognuno sia libero di proporre i propri commenti, le proprie recensioni, le proprie play list.

il secondo: perché il nostro amico (di cui non ripeto il nickname veramente impronunciabile e a scriverlo lo sbaglierei) mi ha segnalato proprio un bravo artista che non conoscevo e di cui, per questo, mi accingo a recensire il lavoro.

Credo che la mia ignoranza possa essere comunque giustificata. Ed Sheeran, a parziale mia discolpa, ha solo 21 anni, cioè solo 4 in più del mio primogenito e cinque di mia figlia che, per inteso, sostengono convinti e coesi che non capisca nulla di musica. Lo stesso che dice mio padre, di 88 anni, lui sì pianista jazz serio e preparato che è una vita che si vergogna di avere un figlio rockettaro.

Esauriti i credits e il breve resoconto sul mio parentado, che credo interessi a nessuno, eccomi a scrivere di Ed Sheeran, che presenta un disco affatto male, anzi sorprendente per certi versi e che conferma quanto scritto da Noiri.etc

Ed Sheeran, dicevo, ha solo 21 anni, benché sia on the road dal 2005. Di genitori irlandesi, da qui probabilmente la sua caratteristica capigliatura rosso carota, ha avuto tra le sue fonti di ispirazione Van Morrison e Damien Rice con il quale ultimo, a mio parere, condivide molti lati della sua arte.

Nella sua musica è possibile intravedere anche l’influenza di John Mayer, soprattutto quando i suoni e l’ispirazione sono più pop. Anche lui come Jake Bugg, ha avuto qualche santo in paradiso, in questo caso l’attore americano Jamie Foxx che l’ha ospitato durante il suo soggiorno americano di qualche anno fa.

Ed Sheeran è un tipo strano: nel 2011 ha tenuto un concerto benefico il cui ricavato è andato a favore delle prostitute (non chiedetemi come sia stato successivamente devoluto quanto raccolto e secondo quali criteri, perché ci ho pensato ma non sono riuscito a giungere ad una soluzione logica). Infine ho anche trovato un sito italiano di fans agguerrite (ad occhio il sesso femminile è predominante) il che per un attimo mi ha fatto sospettare di essere di fronte a un fenomeno da reality, presto superato dal primo ascolto del disco.

Rispetto a Jake Bugg è meno sorprendente, meno innovativo; la sua musica vira a volte verso il pop, (non a caso a scritto anche una canzone per i teen idol One Direction) e ha venature soul, soprattutto nell’interpretazione.

Jake Bugg esprime maggiore rabbia, Ed Sheeran è più romantico e, a volte, appare persino commovente. I temi trattatati sono quelli dell’amore, che finisce quasi sempre male, dei rapporti di coppia (dei giovani), e i testi, a volte troppo criptici, sono sempre permeati da una sorta di nostalgia che trascende nel pessimismo e non sono per nulla rassicuranti (A Team). La musica è per lo più acustica, eseguita con strumentazione scarna spesso solo con una chitarra. Ma le composizioni hanno una forza tutta loro e sono spesso dotate di una melodia accattivante e arricchite da doti interpretative convincenti.

L’edizione che recensisco è quella deluxe quindi con bonus.

Il disco inizia con A Team una delle canzoni di maggiore successo, la mia preferita. Solo una chitarra acustica, una melodia struggente e avvolgente. Nel mezzo parte un intervento di una chitarra, stavolta elettrificata, che sembra li per sbaglio,
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ma che invece apre una ferita che potrebbe non rimarginarsi più, anche per colpa di un testo per niente ottimista. Commovente e delicata. Resta nella mente e non se ne va più.

Il ritmo sale, ma di poco con Drunk, nel quale appare qualche strumento in più. Ma anche in questo caso a farla da padrone è Ed che canta in modo convincente. Sembrerà un eresia ma in questo brano come in alcuni successivi, si trovano alcune reminescenze del two step, ovvero un genere danzereccio che andava di moda a Londra qualche anno fa e che ebbe in Craig David il suo principale interprete. Più ancora che nel brano precedente convivono in un improbabile unione, una melodia squisitamente pop con ritmi quasi dance, resi con strumentazione acustica (non sto diventando matto, è proprio così)

Dopo Grade 8, un po’ troppo simile alle precedenti, che non mi è parsa di gran livello, arriva una delle migliori song del lavoro Wake Me Up, una ballad pianistica, ispirata, sospesa nel vuoto, con la voce in primo piano.

Diversa dalle precedenti è Small Bump che, leggera e delicata come una piuma, libera da ogni enfasi, sviluppa una melodia squisitamente pop. Solo una chitarra e un ritmo scandito dal percuotere della mano.

la volta di This un’altra toccante, romantica ballata, per solo chitarra, dove l’ influenza di Damien Rice è evidentissima. Un soffio che riesce, tuttavia, a graffiare la pelle.

Suoni elettronici sono invece quelli che appaiono in The City, una traccia più movimentata di quelle che l’hanno preceduta, forse a voler descrivere i ritmi della realtà quotidiana diversi da quelli dei sogni. Benché il brano si distingua in modo evidente dal resto della raccolta, il risultato finale è tutt’altro che disprezzabile e permette all’artista di inserire elementi di novità.

Lego House è probabilmente il brano più noto del disco. Una canzone pop con una melodia riconoscibilissima che, immagino, abbia straziato molti cuori e potrebbe essere perfetta per qualche pubblicità. Effettivamente se si è appena giù di morale è bene passare oltre. Però la canzone è proprio bella ed il riferimento più immediato è quello di Ben Howard.

You Need Me, I don’t Need You, ha un andamento caotico, senza una melodia ben definita. Ma probabilmente l’effetto è voluto a descrivere sentimenti contrastati.

Kiss Me è appena sussurrata con uno sfondo di archi che ne accentua i toni romantici. Il brano, delicato, è uno di quelli che lasciano il segno. L’atmosfera, crepuscolare, è di quelle che se non sei in forma speri cambi alla svelta. Nel mezzo del brano un’inusuale “solo” di chitarra lascia un ulteriore segno.

Chiude Give Me Love, una sorta di preghiera accorata, basata sull’uso della voce e un lieve accompagnamento di chitarra.

Tra le bonus track, Autumn Leaves che è, ovviamente, crepuscolare, con quei pochi arpeggi di chitarra, il canto sussurrato e il ritornello appena accennato, mentre Little Bird è più ritmata ed allegra.

Inaspettatamente Gold Rush è quasi solare, con quel ritmo che si avvicina al reggae.

Chiude il tutto Sunburn, un’altra sorta di accorata preghiera, triste e commovente.

Mi è difficile esprimere un giudizio complessivo sul lavoro. Certamente siamo in presenza di un ottimo autore,
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capace di scrivere canzoni di livello. probabile che necessiti di un’evoluzione stilistica proprio perché il genere è un po’ chiuso in se stesso. La stagione aiuta all’ascolto per cui non so se la prossima estate sotto l’ombrellone l’effetto sarà lo stesso.