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Le principali imprese europee del settore calzature avrebbero messo in campo finora un impegno largamente insufficiente nella tutela dei diritti dei lavoratori nella loro catena di fornitura. Lo denuncia l’ultimo rapporto di Change Your Shoes, (leggil rapporto completo qui) un’iniziativa della campagna Abiti Puliti. L’indagine, che ha riguardato 23 aziende del settore molto note in tutta Europa ha condotto a una valutazione delle strategie messe in campo dalle aziende in tema di sostenibilità sociale. Producendo risultati tutt’altro che incoraggianti.

Nel dettaglio, riferisce una nota ufficiale diffusa oggi dalla Campagna, “11 aziende su 23 non hanno risposto al questionario inviato (tra cui le italiane Ferragamo e TOD’S) e anche quelle che lo hanno fatto non hanno fornito una solida evidenza circa le politiche aziendali attuate per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro nelle loro catene di fornitura, con particolare riferimento al pagamento di un salario dignitoso”. La mancanza di trasparenza, si legge ancora nella nota, “si evince anche dal fatto che 14 di queste 23 non producono bilanci di sostenibilità, nonostante i Principi Guida su imprese e diritti umani delle Nazioni Unite sollecitino le aziende che svolgono operazioni ad alto rischio di violazioni dei diritti umani a riferire su come affrontino i problemi nella loro catena di fornitura”.

Tra le imprese analizzate, le italiane GEOX e Prada hanno risposto ai questionari. Ma il quadro emerso dalle loro risposte, sostiene la Campagna, si caratterizzerebbe tuttora per un insieme “di azioni insufficienti a garantire un’effettiva e completa attività di due diligence”. GEOX, si legge nella nota, “afferma di riconoscere nel suo stabilimento in Serbia un salario del 20% più alto della media del settore, ma senza fornire elementi concreti di calcolo in merito”. PRADA, dal canto suo, “non ha fornito informazioni sui paesi di produzione e sul numero di fabbriche, dimostrando una scarsa propensione a rendere conto del suo operato e di come affronta gli impatti negativi della sua attività sui lavoratori, ovunque essi producano”. Secondo indagini della Campagna, l’azienda sarebbe presente con i suoi stabilimenti non solo in Italia e nel Regno Unito ma “anche in Europa dell’Est, Turchia e Vietnam”.

“E’ sorprendente lo scarso livello di trasparenza dimostrato dai marchi europei analizzati e in particolare da quelli italiani” dichiara Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti. “Rendere conto del proprio operato a partire dalla messa in chiaro delle informazioni che riguardano la filiera produttiva, è il primo passo fondamentale per prevenire, identificare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite per le imprese” continua Deborah Lucchetti “Il nostro rapporto mette in evidenza quanta strada i marchi debbano ancora fare per garantire ai consumatori europei di acquistare calzature esenti da sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente, in qualunque parte del mondo esse siano prodotte.”

La produzione mondiale di scarpe, ricorda la Campagna, si attesta a quota 24 miliardi di paia realizzate in larga parte in Asia (88%) e, in generale, nei Paesi a basso costo della manodopera. Tra gli aspetti critici del settore, il lavoro ad alta intensità, i processi pericolosi, le pressioni su tempi e sui prezzi di consegna. Preoccupante, come denunciato in passato nel rapporto Una dura storia di cuoio , la situazione nel segmento della concia per le scarpe in pelle, “dove i lavoratori mettono in pericolo la propria salute se non adeguatamente tutelati”. Un’altra ricerca della Campagna, Tricky footwork, ha evidenziato “la repressione violenta dello Stato per mettere a tacere le rivendicazioni dei lavoratori in Cina”.
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