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America, nord Europa, Cina. La maggior parte dei miei clienti sono stranieri, gli italiani si stanno impoverendo. Se sei a Siena, via Camollia devi andartela proprio a cercare. Ma quando ci arrivi, la Sartoria del Cuoio non ti sfugge. Se non altro per una “giratina” tra scarpe, cinte e modelli, come dicono in città, e come ormai fanno soprattutto gli italiani. Gli altri, invece, dai francesi agli americani passando per inglesi e tedeschi, non si accontentano di dare un’occhiata. Entrano, infilano per davvero quelle scarpe, e poi se le portano via. Con la crisi il fenomeno si è accentuato, racconta Alessandro Stella, calzolaio e produttore di origini romane, ma in Toscana da sempre. Cinquantacinque anni, metà dei quali trascorsi in laboratorio, Alessandro produce e vende scarpe su misura. Modelli unici, cuciti a mano, lavorati in una settimana, ma il cliente deve avere la pazienza di aspettare non meno di due mesi dall’ordine, racconta. La clientela? Ormai è fatta di cinesi, americani e nord europei, che spendono in media 900 euro per un paio di scarpe in vitello e capretto. Il coccodrillo o l’alligatore, in genere, fanno schizzare il costo tra i 1600 e i 2500 euro. Un prezzo comunque basso, per la qualità e la manodopera assicurata, ragiona il piccolo produttore toscano. In un anno, assicura, riesce a produrre fino a 200 paia di scarpe, senza affidarsi a manodopera esterna, ma lavorando solo all’interno dei suoi laboratori tra Siena e Gaiole in Chianti. Pellame e materiale impiegato provengono per la gran parte da concerie italiane, ma non mancano i fornitori francesi, americani e inglesi. In media ciascun modello necessita di 15 ritagli e pezzi da giustapporre. Dall’ordine alla consegna, invece, i passaggi per produrre le calzature restano non meno di 150. Il mio cliente tipo è sui 40 anni, e arriva qui dopo diverse esperienze con le calzature. Il pubblico giovane non ce l’ho, i ventenni non vengono qui perché sono ancora fedeli al modello di scarpa usa e getta. Con l’età capiranno che la qualità costa, ma paga in termini di resa nel tempo, ragiona Stella. Il futuro della bottega, invece, dopo tre decenni di attività in solitudine, potrebbe rivelare una sorpresa inaspettata. Mio figlio si è laureato in Filosofia ed è tornato dall’Inghilterra. Ha una forte manualità, resta da vedere se riuscirà a trovare la passione per fare questo mestiere. Ma penso proprio che presto saremo in due, qui, a produrre scarpe. La maggior parte dei miei clienti sono stranieri, gli italiani si stanno impoverendo. Se sei a Siena, via Camollia devi andartela proprio a cercare. Ma quando ci arrivi, la Sartoria del Cuoio non ti sfugge. Se non altro per una “giratina” tra scarpe, cinte e modelli, come dicono in città, e come ormai fanno soprattutto gli italiani. Gli altri, invece, dai francesi agli americani passando per inglesi e tedeschi, non si accontentano di dare un’occhiata. Entrano, infilano per davvero quelle scarpe, e poi se le portano via. Con la crisi il fenomeno si è accentuato, racconta Alessandro Stella, calzolaio e produttore di origini romane, ma in Toscana da sempre. Cinquantacinque anni, metà dei quali trascorsi in laboratorio, Alessandro produce e vende scarpe su misura. Modelli unici, cuciti a mano, lavorati in una settimana, ma il cliente deve avere la pazienza di aspettare non meno di due mesi dall’ordine, racconta. La clientela? Ormai è fatta di cinesi, americani e nord europei, che spendono in media 900 euro per un paio di scarpe in vitello e capretto. Il coccodrillo o l’alligatore, in genere, fanno schizzare il costo tra i 1600 e i 2500 euro. Un prezzo comunque basso, per la qualità e la manodopera assicurata, ragiona il piccolo produttore toscano. In un anno, assicura, riesce a produrre fino a 200 paia di scarpe, senza affidarsi a manodopera esterna, ma lavorando solo all’interno dei suoi laboratori tra Siena e Gaiole in Chianti. Pellame e materiale impiegato provengono per la gran parte da concerie italiane, ma non mancano i fornitori francesi, americani e inglesi. In media ciascun modello necessita di 15 ritagli e pezzi da giustapporre. Dall’ordine alla consegna, invece, i passaggi per produrre le calzature restano non meno di 150. Il mio cliente tipo è sui 40 anni, e arriva qui dopo diverse esperienze con le calzature. Il pubblico giovane non ce l’ho, i ventenni non vengono qui perché sono ancora fedeli al modello di scarpa usa e getta. Con l’età capiranno che la qualità costa, ma paga in termini di resa nel tempo, ragiona Stella. Il futuro della bottega, invece, dopo tre decenni di attività in solitudine, potrebbe rivelare una sorpresa inaspettata. Mio figlio si è laureato in Filosofia ed è tornato dall’Inghilterra. Ha una forte manualità, resta da vedere se riuscirà a trovare la passione per fare questo mestiere. Ma penso proprio che presto saremo in due, qui, a produrre scarpe.
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