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E’ molto che manco dal blog Feltrinelli, lo so. Ma non me ne frega niente. Però, per dovere di cronaca, mi vien da confessare che da tre mesi a questa parte pensavo di continuo a inserire un argomento nuovo nel Blog; i lettori me lo chiedevano; le dita, delusissime di me, mi scongiuravano di riprendere la scrittura. Ma continuavo a fluttuare in un mare di splendido, frastornato menefreghismo. Dalla mia avevo due grandi alibi, perciò li stavo sfruttando fino in fondo.

Se ne avesse, Berlusconi, di alibi come i miei, per giustificare i suoi atteggiamenti bavoso magnacceschi che tanto stress hanno inferto agli italiani.

Invece Silvietto sta lì, incazzato con i giornali cattivissimi, (quasi) tutti perversi, ma lui sta lì, dritto come un traliccio dell’alta tensione. Il popolo italiano (o almeno una cospicua fetta) esprime gradimento per uno che sa come vanno trattate le donne. Ergo, chi sono gli altri? Come si permettono di pretendere lo smosciamento della gloriosa politica berlusconiana? Insisto, dunque, che i miei alibi avrebbero fatto comodo al Nostro. Invece no. La fortuna è capitata solo a me, per una volta.

E qui vi devo la prima spiegazione:

Un tot di mesi fa, sentendomi troppo stanca e un po’ confusa, andai dal mio medico americano, ovvio. Un’ora più tardi uscìi dallo studio con una diagnosi ben precisa: soffrivo di “Personalità Disturbata”! Non feci storie, mi accommiatai educatamente, come si fa tra persone normali. Però arrivata al parcheggio borbottai all’indirizzo del medico: “Disturbato sarai tu e disturbatini i tuoi bambini, i tuoi vicini e tutti i tuoi cugini!”

Ecco fatto, avevo svuotato il cuore dall’insulto di quel brutto uomo malvestito, e sicché come tutti quelli con la personalità disturbata io il mio disturbo non lo vedevo affatto, mi sentii rinfrancata. Io non soffrivo di nulla, il dottore sì.

Però nelle settimane seguenti questa cosa cominciò a piacermi, ne intuìi i vantaggi: se avevo una personalità disturbata, potevo fare quasi tutto ciò che mi garbava. E rifiutarmi di scrivere (per dirne una) mi andava a pennello.

Ecchissene’! Una volta gli scrittori con personalità disturbate facevano soldi a palate, da vivi; oppure si suicidavano diventando ancora più ricchi post mortem. Io scrivo ma non faccio soldi. Lavoro di brutto eppure restano sempre bollette inevase.

Ci pensai a lungo, e mi balzò in mente l’idea geniale che forse, senza scrivere, avrei comunque potuto risolvere la questione fatture, affitto, salatissima retta annuale dell’università californiana dell’adorablie figlia.

Proprio mentre elucubravo a mille, successe il secondo miracolo. Era da tempo che spinta da un senile bisogno di appartenenza dopo molto vagare per il mondo desideravo riottenere il passaporto del mio paese d’origine, l’Albania. Ai tempi del comunismo avevo tradito in maniera poco ortodossa, abbandonando la totale felicità promessa dal realismo socialista per la deprimente tristezza del mondo occidental borghese. Ergo, da 18 anni a questa parte, ero sempre rientrata nella mia terra con in mano il passaporto svizzero; in dogana avevo seguito la fila dei cittadini stranieri. Cinque anni fa, il caso volle che ottenni anche la Green Card americana. Ma quei documenti stridevano: sul passaporto elvetico la fortunata donna che sposa un cittadino svizzero si ritrova iscritta questa brillante invenzione svizzera chiamata “luogo di attinenza”. Niente luogo di nascita. Dunque niente “Durazzo, Albania”: solo questo stravagante “luogo di attinenza”.

Io ero diventata “Elvira Dones, attinente di Novazzano”, un minuscolo villaggio abbarbicato alla frontiera con l’Italia, nonché luogo d’origine della famiglia del cittadino svizzero che mi avevo salvato dal gulag albanese.

Ecco: dopo vent’anni di divertenti viaggi qui e là, mi misi in testa di ottenere il passaporto albanese. Loro sì che sapevano dov’ero nata, e l’avrebbero puntualmente iscritto nero su bianco. Espressi questo mio desiderio a un carissimo amico. Mi promise tipico di lui, aiuta sempre tutti che se ne sarebbe occupato di persona, e va pure detto che è un VIP dall’integerrima etica professionale, e gode dunque di facile accesso alla bizantina burocrazia albanese. Ripartii dall’aeroporto di Rinas contenta. Era maggio, al mio successivo viaggio a Tirana avrei potuto sfoggiare il nuovo passaporto schipetaro. Biometrico, per di più.

Tre settimane più tardi scarico la posta elettronica e trovo una dettagliata mail del mio amico di Tirana. Avevano controllato con minuzia. Ma io ero sparita. Non esistevo. Mi avevano cancellato. Non ero MAI esistita: non c’era nemmeno il certificato di nascita.

Mi spiego meglio: non ero nata a Durazzo, per trasferirmi subito dopo a Tirana perché a mio padre venne assegnato un nuovo lavoro. Non avevo vissuto per ventotto anni a Tirana. Non avevo partorito un bellissimo figlio che oggi abita in Svizzera. Non avevo divorziato nell’ottantotto. Non avevo terminato gli studi universitari (non mi ero nemmeno iscritta).

In breve, in questa vita non avevo fatto niente. Niente di niente. Risi di gusto, perché il caso volle che la mail mi trovò con un gin and tonic in mano. Poi la risata cominciò la discesa verso l’incazzatura.

Va bene, decisi di fare una piccola attività che spesso mi aveva messa di buon amore: ammirare i miei piedi. Ho dei bellissimi piedi, giusti, né grossi né piatti né larghi, fanno onore a tutte le scarpe che indosso. Insomma i miei piedi, a mio avviso, sono altamente erotici. Se avessi potuto li avrei sposati, avendo loro una grande qualità: sono belli e scemi, manca loro la favella, con i piedi non puoi litigare e non ti possono insultare.

Non funzionò nemmeno l’adorazione strampalata di quell’eleganza lì, anzi, mi aumentò di brutto il senso di rabbia.

Però mi soccorse “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello. Se non esistevo, perché dovevo pagare le tasse? Perché dovevo inventare sempre progetti di lavoro, arrabbattandomi per la sopravvivenza?

E poi: chi non esiste non può scrivere. Quindi,
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Feltrinelli con me aveva fatto un pessimo affare, perché io non avrei scritto mai più.

Poche settimane più tardi partecipai al Festivaletteratura di Mantova. Potei ammirare di persona i grandi delle lettere. Però, giacché non esistevo, non provai eccitazione. E qui mi vien di suggerire al mio editore una precauzione. Prima di pubblicare un autore, è meglio verificarne passaporto e reale esistenza. Portare me a Mantova è stata una grande cazzata, perché Madame Nadine Gordimer esiste e ha un passaporto con una data e un luogo di nascita. E poi conversare con la signora Gordimer era una sfida impossibile, per una “personalità disturbata” come la mia.

Ma una cosa mi riuscì bene. Feci un paio di foto con Silvio Muccino. Certificato di nascita o no, lì in quelle foto insieme alla bellissima faccia pulita di Muccino, io c’ero! Esistevo. Ci siamo pure abbracciati, per l’invidia di mia figlia giù a Los Angeles, che quando glielo dissi schiattò d’invidia e mi tagliò in due con un: You bragger! E certo, sennò di che cos’altro mi vantavo?

Dopo Mantova e Asti scesi a Tirana per un progetto di lavoro. Il poliziotto della dogana mi disse: “Oh, ma lei è la nostra scrittrice. Benvenuta!” E mi riconobbe pure la donna delle pulizie quando mi fiondai alla toilette. E gente mi fermò per strada chiedendomi di firmare uno dei miei libri appena ripubblicato. Tirana, nonostante abbia quasi un milione di abitanti, è piccola, ficcanaso, un gigantesco pettegolezzo.

Mi invitarono anche a una trasmissione tivù e parlai di libri. Come novella “Fu Mattia Pascal” mi trovai molto guardabile. Tranquilli, personalità disturbata a parte, non sono così sfacciata da misurarmi con quel grandissimo signore che fu Marcello Mastroianni, un campione di bravura, di bellezza, di signorilità. Ma io, a differenza di Mastroianni avevo la gonna giusta (tanto per rabbia), e uno sgabello molto elegante, e un paio di scarpe rosse carine assai. E i miei piedi.

Chiudo. Ecco che ho scritto. Ci si “sente” alla prossima.

Cara Elvira: da dove posso partire? In quest’ultima tua lettera sfuggi come una biscia da un argomento all’altro senza un apparente filo logico, o forse, anzi sicuramente sono io che non riesco a seguirti! Comunque riesci sempre a sorprendermi in qualche modo. in questi mesi ho pensato: come mai Elvira non scrive? Sarà impegnatissima col suo lavoro? Non avrà voglia? Sentirà in qualche maniera lo struggimento di dover scrivere o non le importerà? Ed ecco che apri il tuo articolo spiegandomi tutto questo! Continua a farmi sorridere, e scusa la mia presunzione di sapere cosa senti ma è quello che percepisco, il fortissimo odio/amore che hai nei confronti del tuo paese! Sembri così combattuta: quale sentimento prevale di più?

Comunque a proposito del Berlusca non puoi capire la vergogna di tanti italiani specialmente quando è all’estero, nell’avere un presidente così. ora penso che ormai sia completamente fuori di testa, da rinchiudere. e l’Italia? Piena di corrotti, di ministre ex vallette, di ladroni, cocainomani, viziosi, fannulloni, mafiosiMa hai sentito la nuova moda dei politici italiani? Coca e trans! Vedi scandalo Marrazzo. Premetto che non ho assolutamente niente contro i trans anzi! Adesso è venuto fuori che gli uomini, tutti, omo, etero, l’uomo medio preferisce i trans! Colpa delle donne! Perché sono cattive, noiose, non sono comprensive, non sanno capirli poverini. E poi sono più brutte, i trans sono più femminili (beh Anche loro a interventi chirurgici non scherzano!) e soprattutto hanno la colpa, scusate il termine, di non avere l’uccello! Capito gli italiani? Che vergognaBeh l’Italia non è solo questo, stasera è decisamente prevalsa la mia parte critica! Un’ultima cosa: vorrei chiedere cortesemente ai tuoi lettori/lettrici di scrivere possibilmente in italiano, spesso nei vostri scambi di commenti mi sento un po’ esclusa, scrivete in albanese: vi sembra giusto? E spesso quel che capisco quando questi sono in italiano, è che se solo tra voi albanesi vi capite. iniziate a scrivere anche in italiano cosicché possono capirvi tutti quanti, e con questo non voglio essere offensiva o sgarbata, ve lo chiedo solo per favore. Faleminderit! Ma quando esce il tuo libro?

Cara Elena,

no, non provo odio verso il mio paese. Odio no, un senso di critica intensa, sì. Odio provavo parecchi anni fa, sempre insieme all’amore. Ora, credo che con l’età che avanza; o per via dei pugni in faccia che la vita mi ha dato in abbondanza e continua a farlo (e ti garantisco, non sono roba da poco, visto che tra mille difetti almeno una csa su di me la so: non sono una “mammoletta”. Quindi con la “saggezza” che dovrebbe arrivare prima o poi, credo che odiare non serve a nulla.
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