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Il 9 febbraio 2009 l’Italia veniva scossa da un evento che ancora oggi, sette anni dopo, non cessa di dividere e far discutere: la morte di Eluana Englaro (1970 2009), la donna che versava in stato vegetativo da diciassette anni.

Per alcuni fu il trionfale compimento di una battaglia civile, per altri il drammatico epilogo di una guerra perduta. Per tutti, in ogni caso, quel 9 febbraio rappresenta una data storica benché ancora recente, una frattura come non si registrava da tempo, a livello di opinione pubblica. Ebbene, nonostante questi sette anni già trascorsi rimagono ancora poco noti aspetti diversi fondamentali di quello che, in termini giornalistici, è stato ribattezzato come il “caso Englaro”. Nelle righe a seguire cercheremo di rivisitarne alcuni nella speranza di offrire a tutti la possibilità, ripensando a quel 9 febbraio 2009, di farsi un’idea meno parziale e condizionata da resoconti non sempre attendibili che però circolano ancora oggi.

Cominciamo dall’aspetto forse più importante, e cioè le effettive condizioni di salute nelle quali versava Eluana. E’ opinione comune che la donna, dopo essere stata visitata da fior di medici, fosse stata riconosciuta da tutti rispetto allo stato vegetativo in cui si trovava come impossibilitataad una anche minima ripresa. Ecco già in questa frase, verosimilmente riassuntiva del pensiero di molti, si condensano clamorose imprecisioni. Infatti non solo non è vero che la donna venne visitata da molti medici (basta leggersi le sentenze per accorgersi della presenza, ripetuta, diuna sola perizia: quella del professor Carlo Alberto Defanti, incaricato dal padre di Eluana), ma non è vero neppure che coloro che la visitarono concordarono nelle conclusioni. La riprova ci viene dalla notevoledivergenzatra il parere espresso dal già citato Defanti e tenuto in assoluto ed esclusivo rilievo nel corso dei processi rispetto a quello, per esempio, di uno specialista come il dottor Giuliano Dolce, il quale, anch’egli per mandato del padre, aveva seguito Eluana per qualche tempo registrando come lei, oltre ad aver ripreso, dopo diverso tempo, un regolare ciclo mestruale, fosse in grado di deglutire autonomamente, di variare il ritmo respiratorio a seconda degli argomenti trattati vicino a lei. Tutti elementi puntualmente trascurati dai pronunciamenti giudiziari, nei quali, come detto, compare invece la sola (e datata) perizia di Defanti, presa sempre per buona, anzi: come oro colato.

Un capitolo a parte meritano le effettive condizioni di Eluana prima della morte. Ricordiamo come sette anni fa circolarono, a tal proposito, i resoconti più scabrosi. Lo scrittore Roberto Saviano, per dire, sulle colonne diEl Paisarrivò a sostenere che Eluana aveva il viso deformato e gonfio, senza espressione e senza capelli. Descrizione impressionante epperò frutto di pura fantasia dal momento che, da quanto si sa, l’intellettuale partenopeo non visitò mai la donna. La vide invece e per due volte Lucia Bellaspiga, che fra l’altro fu anche l’ultima giornalista a farle visita prima della morte. E la descrisse così: Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto [] i lineamenti sono poco diversi da prima, non peggiori o migliori, diversi [] dal suo sguardo capisci che è una disabile, a occhi chiusi potrebbe essere la persona più sana del mondo [] il volto è rilassato, pieno, normale, non abbruttito (L. Bellaspiga P. Ciociola,Eluana. I fatti. Ancora, Milano 2009, p. 8). Nota bene: né l’Autore di Gomorra, né altri si sono a tutt’oggi scusati per le loro gratuite e discutibilissime opere di fantasia.

La (non) vittoria del diritto

Particolarmente curioso, di quella vicenda, fu anche il dato giuridico. Si è detto che nessuno, una volta avviata la sospensione del nutrimento che avrebbe cagionato la morte di Eluana, avrebbe potuto fare nulla dal momento che, sulla vicenda, da parte della Corte d’Appello di Milano, era stata pronunciata una sentenza passata in giudicato. Sbagliato: nessuna sentenza passò in giudicato; fu invece emesso un decreto di tribunale che, come tale, non era suscettibile di passare in giudicato ex art. Non solo: c’erano sentenze, anche precedenti, che avevano già ribadito come i decreti dei tribunali non sono idonei ad acquisire autorità di giudicato, nemmeno “rebus sic stantibus”, in quanto sono modificabili e revocabili non solo “ex nunc”, per nuovi elementi sopravvenuti, ma anche “ex tunc”, per un riesame (di merito o di legittimità) delle ordinarie risultanze. A ben vedere anche chi ha affermato che si è trattato di una battaglia vinta sul piano del diritto non la conta giusta visto che è stato proprio il diritto, in più occasioni, a dare torto alle tesi del padre ricorrente (il 16 dicembre 2006 la Corte d’Appello di Milano, pur ritenendo ammissibile il ricorso di Beppino Englaro, non lo accolse perché Eluana è viva e sottrarle (come poi è stato fatto) alimentazione ed idratazione avrebbe configurato hanno scritto i giudici una pratica di eutanasia omissiva, nonostante gli sforzi argomentativi dei reclamanti di scindere l’ipotesi in esame da quella dell’eutanasia).

Per bene sei volte, infatti, i magistrati antecedentemente alla rivoluzionaria sentenza della Cassazione del 16/10/2007 negarono al tutore di Eluana il permesso di anticiparne la morte. Forse quei giudici erano tutti quanti all’oscuro della Costituzione e del citatissimo articolo 32 sul rifiuto delle terapie? Varrebbe la pena chiederselo. Senza considerare che molti sono i punti poco convincenti di quella sentenza della Cassazione del 2006. 21748 (relatore A. acronimo che sta perAssociazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani , si trovò costretto a precisare che in realtà non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza uno stato vegetativo permanente. Cruse D. Chennu S. Fernndez Espejo D. (2012)Detecting Awareness in the Vegetative State: Electroencephalographic Evidence for Attempted Movementst Command.PLoSONE(11):e49933;), per non parlare degli ormai molteplici casi di “risvegli” (come Amy Pickard, Christa Lily Smith, Patricia White Bull, Donald Herbert, Jan Grzebsky, Jesse Ramirez, Sarah Scantlin) alcuni dei quali clamorosi, come quello di Terry Wallis, avvenuto dopo 19 anni.

In secondo luogo perché la Suprema Corte diede valore ad una ricostruzione “indiretta” della volontà terapeutiche di Eluana attraverso il suo stile di vita, si collocò in netto contrasto con altri pronunciamenti coevi della Suprema Corte. Che, quanto alla manifestazione del “non consenso” a un trattamento sanitario, in ben due sentenze la 4211/2007 e la n 23676/2008 sottolineò, mostrandosi decisamente più rigida, la necessità di una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà.

Non fuEluana a chiedere di morire

Alla luce di quanto ha detto e ribadito la Suprema Corte ci si può legittimamente chiedere: ci fu effettivamente, da parte di Eluana, una una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa sulla sua volontà di non vivere a certe condizioni? Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco morire secondo il padre furono le parole della giovane donna un anno prima del tragico incidente (Englaro B. Nave E., Eluana. La libertà e la vita, Rizzoli, Milano 2009). Non ci sono elementi per dubitare aprioristicamente che queste parole Eluana le abbia dette, anche se rimangono degli interrogativi: quando e dove sono state pronunciate? Riflettevano appieno il suo pensiero oppure un suo personale stato d’animo, magari generato dalla notizia di uno stato di coma da parte di altri? Perché in quel caso dovremmo concludere che il pensiero di Eluana sia pure rafforzato da quel preferisco morire, peraltro così frequente nel lessico giovanile fosse quello di tutti dal momento che nessuno sano di mente si augurerebbe di ritrovarsi in coma o in stato vegetativo. Come andarono dunque le cose? Non è chiaro.

L’unico dato certo anche se, guarda caso, poco ricordato è che la stessa Corte d’Appello di Milano ha messo nero su bianco come sia stato il Beppino Englaro, e non Eluana, a richiedere la sua morte: La. non ha ritenuto che fosse indispensabile la diretta ricostruzione di una sorta di testamento biologico effettuale di Eluana, contenente le sue precise dichiarazioni di trattamento [] ma che fosse necessario e sufficiente accertare chela richiesta di interruzione di trattamento formulata dal padrein veste di tutore riflettesse gli orientamenti di vita della figlia. Parole che demoliscono un’altra leggenda metropolitana: quella secondo cui il tutore, in questo caso, abbia agito “con” l’incapace (Pizzetti F. 322) e che, quindi, sia stata lei, Eluana, a chiedere di non essere tenuta in vita a certe condizioni. Falso. Quella richiesta non è mai stata formulata. Non da lei, almeno: e scusate se è poco.

La morte di una donna

Queste poche righe non hanno, naturalmente, la pretesa né potrebbero averla di dissipare tutte le numerose ambiguità di un caso che ha fatto e continuerà a far discutere. E se lo ha fatto, la giustizia italiana non è stata nonostante i numerosi dibattimenti e le numerose sentenze emesse sulla vicenda in grado di accertarlo.

Riepilogando, il 9 febbraio 2009 una donna innocente e gravemente disabile, in Italia, è deceduta in solitudine (quando Eluana morì, era sola. Non c’era nessuno in quella stanza: il padre Beppino Englaro era a Lecco, come pure la madre. Non c’era un infermiere, un medico, nessuno di quelli che avrebbero dovuto “accompagnarla al riposo con presenza costante ed attenta”, com’è stato scritto da qualcuno) in seguito a disposizioniper le quali non aveva mai reso una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, morendo secondo quanto paventato in un appello sottoscritto da 25 fra docenti universitari e direttori di reparti di neurologia attraverso una lenta devastazione di tutto l’organismo.

Anche se quindi sono ormai trascorsi sette anni, anche se il tempo passa e tutto quello che volete, sinceramente: crediamo davvero che su quanto accaduto si debba tacere? Crediamo che la verità di fatti gravi, dopo un po’, debba essere taciuta? Crediamo veramente che nascondere la vergogna sotto il tappeto serva a non provarla più, a stare meglio? Oppurepensiamo che sì, quel che è accaduto ad Eluana debba essere ricordato minuto per minuto, come un dramma comune, come una pagina dolorosa, come l’occasione perduta e che dobbiamo riconquistare per dire che siamo tutti uguali non solo a parole, e che se sei il più debole, in una comunità, sei non l’ultimo bensì il primo a cui tutti debbono pensare, e il primo da proteggere?Notizie correlateGiorgio Napolitano e quella responsabilità su Eluana EnglaroI medici contraddicono Beppino Englaro: su Eluana c stata eutanasiaMario Melazzini e quei soldi sprecati per il film su EluanaA tre anni dall di Eluana il punto sulla situazioneIl dott.

Colpa dell di un popolo che vuole essere all sul tema dell che in europa viene concessa in base a precise volontà di suicidio!

Peccato che Eluana non aveva mai chiesto di morire, infatti la sentenza dice che è stato creduto a quanto ricordato vagamente da Beppino Englaro.

Non esiste alcuna libertà di autodeterminarsi quando c in ballo la vita umana (non a caso c la legge sulle cinture di sicurezza e il caso in motorino), sopratutto non c alcun diritto di chiedere allo Stato di essere complice del tuo omicidio suicidio tramite una legge apposita.

Chissà come mai Giancarlo Alberisi e i colleghi laicisti hanno solo in mente il suicidio

Non c è di che meravigliarsi, caro Ottavio, del fatto che la masnada laicista pensi solo al suicidio:
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