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Van Gogh dipinse un’intera serie di tele dedicate alle scarpe (o piuttosto agli scarponi vista la loro taglia e i dettagli non proprio sottili), vi si dedicò quasi fino alla morte. Heidegger, Schapiro e Derrida si sono interrogati sul significato di questi (s)oggetti, non in quanto simboli, ma come rappresentazioni ulteriori, traendone un intera messe di riflessioni discordanti.

Per Heidegger (nel saggio L’origine dell’opera d’arte) si tratta delle calzature di una contadina, nella cui intimità si iscrive la fatica del lavoro. Sono dunque esse stesse pezzi appartenenti alla terra, esemplificazioni di cose, verità all’opera nella lotta tra disvelamento e dissimulazione. Se non fosse che i quadri che il filosofo vide ad Amsterdam nel 1930, erano ben lungi dal trasmettere tale sensazione e le toccanti parole di descrizione nascevano direttamente dalla sua sensibilità e dal suo attaccamento alla cultura contadina tedesca, piuttosto che da un’autentica e contestualizzata critica d’arte. Le scarpe di Van Gogh erano per lui ben più che degli oggetti, si trattava di strumenti carichi della fiducia della donna che avevano a lungo servito perché “Nel quadro di Van Gogh si storicizza la verità”. Per Schapiro era tutta un’altra storia di autoritratti.

Derrida esaminò le posizioni di entrambi i “contendenti” della polemica e tra il soggettivismo nostalgico dell’americano e l’oggettivismo vitalista del tedesco, disegnò semplicemente una terza via, in uno scritto dal programmatico titolo: La Verità in pittura. Le scarpe non appartenevano, erano; nell’evidenza stessa della loro presenza di oggetti pitturali.
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