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Hawaiane e signorine, centauri e arlecchini: esotismo ed erotismo da salotto nelle ceramiche Lenci

Dal 23 marzo al 27 giugno Palazzo Madama a Torino ospita Arte e industria a Torino. L’avventura Lenci. Ceramica d’arredo 1927 1937, rassegna dedicata a una gloria cittadina, la ceramica Lenci. Il testo che segue è tratto dal saggio di Valerio Terraroli, con Enrica Pagella curatore della rassegna, pubblicato nel catalogo edito da Umberto Allemandi C. (già editore di due cataloghi generali sulla manifattura Lenci nel 1992 e nel 2001), che include testi di Pier Luigi Bassignana, Elena Della Piana, Maria Mimita Lamberti, Daniele Sanguineti e Gianluca Zanelli. Mostra e catalogo sono finanziati dalla Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, presieduta da Lodovico Passerin d’Entrèves e che riunisce 29 soci.

Il marchio Lenci è legato alla produzione di bambole, di arazzi, di tappeti e di cuscini nel famoso pannolenci e di ceramiche ornamentali, i cui soggetti passarono indifferentemente dalle signorine Grandi Firme () ai temi di mitologia classica, dagli animali rappresentati in maniera naturalistica a scene di vita popolare, fino a invenzioni scultoree originali e innovative. L’obiettivo era la creazione di una vera e propria scultura d’arredo: forme plastiche che in misura di salotto borghese portassero nelle case una ventata di modernità, non rivoluzionaria, ma piacevole, più aneddotica che narrativa, più popolare che elitaria. () La manifattura, fondata dai coniugi Scavini nel 1919 per la produzione di “giocatolli”, bambole, pupazzi, confezioni, articoli di vestiario, decorazioni per vestiti, scialli, cuscini, cappelli, scarpe, pantofole, cinture, articoli di moda e di fantasia, chincaglieria, tende, mobili in legno dorato,
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arredamenti per la casa., si lanciò nell’avventura di una produzione ceramica a partire dal 1928. () Il mondo Lenci era, ed è, tranquillizzante, poiché se da un lato non si spinse lungo l’impervia strada del gusto déco () dall’altro non cavalcò le proposte provocatorie del secondo Futurismo () ma sperimentò una morbida fusione di temi giocosi e ironici ().

I temi erano ispirati sia alle invenzioni di Depero sia al gusto francese, delle scene di vita contadina e popolare, in cui primeggiarono i coniugi Grande, e dei nudi arcaici di Gigi Chessa, dal dettato monumentale ispirato alla scultura coeva, di temi naturalistici, che sapientemente modellò l’animalier Felice Tosalli, di nudi femminili, delle fanciulle in fiore, delle ninfe e delle principesse delle favole di Beltrami, Formica e Vacchetti, fino all’interpretazione cartellonistica e pubblicitaria della donna moderna di Elena Knig Scavini e di Abele Jacopi: da Al caffè a Primo romanzo, da Grattacielo Ultimo tocco a La tuffatrice. () A fianco della linea di più facile commercializzazione, per così dire, Lenci diede spazio a proposte più complesse. () Da un lato ci si adeguò ad alcuni modelli déco esemplificati sia nel grande Nudo modellato da Giovanni Riva nel 1929 () sia nel Fantino creato da Mario Sturani () nel 1929, chiaramente esemplato sul notissimo Maestro di danza, ideato da Giò Ponti e modellato da Giminiano Cibau per la manifattura di porcellana di Doccia nel 1927. () Per non parlare del cté esotico che dall’Abissina e dall’Hawaiana, rispettivamente di Sandro Vacchetti (1931) e di Teonesto Deabate (1932), arriva a Le due tigri, sempre di Vacchetti (1931).

Dall’altro si aprì il fronte dei racconti popolari, dell’esaltazione della vita agreste () assecondando uno dei temi che la cultura postbellica, anche a livello europeo, aveva recuperato dalla tradizione tardo ottocentesca e che il fascismo, fin dagli esordi, aveva celebrato accanto ai fasti della modernità e dell’industrializzazione. D’altro canto la bellezza rigorosa e monumentale di alcuni gruppi plastici dei coniugi Giovanni e Ines Grandi non solo rimandano ad Arturo Martini, ma addirittura omaggiano modelli figurativi consolidati come L’Angelus di Millet e le visioni metafisiche del contemporaneo Casorati. () Straordinarie novità furono le proposte avanzate nel corso del tempo da Sturani. () Spesso al mondo ludico e fantasioso del circo egli affianca frammenti di vita vera, come nello stupefacente gruppo plastico de Le signorine: una lampada il cui sostegno diviene metaforicamente un lampione al quale si appoggiano le filiformi figure di tre prostitute le quali rimandano immediatamente ai dipinti espressionisti di Kirchner. () La parabola creativa del settore ceramico di Lenci si concluse a ridosso del 1933, quando gli Scavini passarono la proprietà dell’azienda ad altri ().

Era finita un’epoca, gli anni ruggenti erano stati cancellati dalla grande crisi del 1929. La stessa idea di scultura d’arredo, intesa come veicolo del gusto moderno e alla portata della classe media (.), si era esaurita: le Tanagrine del Novecento, così come le danzatrici ellenistiche in terracotta,
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appartenevano a un mondo che stava esaurendo il proprio percorso.