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Silvio Berlusconi accennando alla tragedia di Rivoli ha parlato di drammatica fatalità. L’opposizione ha cavalcato il disastro, approfittandone per legarlo ai tagli della Legge 133. Il ministro Gelmini ha chiarito che niente verrà tagliato dalla sicurezza. E allora che cosa dobbiamo pensare? Che se siamo di sinistra andiamo incontro a tempi grami, ma se siamo di destra in fondo tutto va per il meglio? Niente di tutto questo, cari amici. La posizione politica di ognuno di noi ha ben poca rilevanza di fronte alla constatazione che la scuola italiana è da sempre lo specchio del paese, o in altre parole, allo sfascio.

Non c’è governo che possa dirsi estraneo a tutto ciò, e tantomeno quelli della Prima Repubblica che con tempismo veramente sconcertante il nostro premier ha definito ieri “portatori di progresso e benessere cancellati da Mani Pulite”. La realtà è che non deve stupire che in un paese in cui le vere inchieste le fa Striscia la Notizia, per conoscere la verità bisogna affidarsi al cosiddetto mondo dello spettacolo, o nello specifico al cinema.

Sì, perché tutto quanto era già stato previsto in uno dei film più validi,
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e per questo ovviamente di nicchia, sul mondo della scuola italiana. Correva il lontano 1995, quando il regista di tendenza morettiana (scusatemi se insisto) Daniele Luchetti dipingeva un sardonico affresco sul mondo dell’istruzione intitolato appunto La Scuola, e interpretato da uno stuolo di attori in stato di grazia, come Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio e un grandissimo Roberto Nobile nei panni del professore di francese Mortillaro (“è tutto inutile, tanto sono delle bestie!”).

Il film comincia proprio con il crollo della biblioteca; evento visto con fatale rassegnazione dai protagonisti, che travolge un’insegnante della quale si ritrova solo una scarpa. Questa scena emblematica dello stato della scuola dal dopoguerra a oggi costituisce una sorta di manifesto di pensiero della pellicola,
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della quale vi consiglio la visione per la sua drammatica attualità anche 13 anni dopo.