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Ma anche qualcosa di molto lontano dal puro lavoro di restauratore. Perché Antonio Gulisano, 36enne catanese sposato e con un figlio di poco più di un anno, ha deciso di puntare anche su Internet e sui social media per fare al meglio il suo lavoro di restauratore artistico.

Oggi la sua bottega di sessanta metri quadrati aperta sette anni fa a Viagrande, paesino di quasi novemila anime alle pendici dell’Etna nell’area metropolitana catanese, è visitabile anche da molto lontano. Internet mi ha permesso di essere intercettato da tanti clienti italiani ed esteri e di confrontarmi con molti altri colleghi, racconta Antonio.

La sua passione è nata seguendo la storia della Sicilia orientale, quella che affonda le radici nelle chiese, nei monumenti e in quel patrimonio storico artistico d’eccellenza. Così Antonio restaura sculture policrome, arredi con dorature, candelabri, cornici, altari. Partito come falegname e appassionato del taglio del legno, ha deciso di lasciare la sua amata Sicilia e di formarsi al Centro Europe del Restauro di Firenze.

Ho cercato di specializzarmi in qualcosa di più artistico, puntando sulle opere lignee e sulla dorature. Così mi sono dedicato al restauro di opere d’arte e arredi d’epoca. Oggi il lavoro di Antonio si divide tra la bottega vicino casa e i cantieri di chiese, enti, gallerie. Si tratta di antiquari, ma talvolta mi chiamano anche sacerdoti per restauri all’interne di chiese e basiliche.

Antonio ha deciso di puntare anche sui social, in particolare su Facebook e Instagram. Una volta le botteghe ospitavano il restauratore e il cliente solo in quell’ambiente. Con Internet presento ciò che faccio direttamente e la visibilità è molto maggiore. E poi anche il cliente arriva molto più preparato, informato.

Antonio negli anni si è dedicato alle cornici siciliane tipiche del Settecento, quelle realizzate in argento e mecca e incise con attrezzi particolari. La chiave per competere anche in rete è specializzarsi
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Rieccomi finalmente dopo una pausa forzata, dovuta alla morte del mio pc. Il bastardissimo laptop ha deciso di tirare le cuoia proprio mentre sono finalmente a casa a riposarmi. Maledetto vigliacco! Quindi abbiamo comprato un nuovo computer, multimedia (chi sene intende forse sa cos’é, per me é stato una novit assoluta e ancora devo capirci bene qualcosa, ma per fortuna mio marito é l’esperto in materia!).

Ieri mi é arrivato appunto il nuovo computer, la sera mio marito l’ha collegato e rieccomi finalmente on line. Ovviamente il “vecchio” laptop, forse in una crisi di gelosia acuta, ha ricominciato a funzionare. Non so per quanto, ma funziona.

Che vi posso raccontare? Cosa é successo durante questo mio black out informatico? Niente di particolare, nel senso che ormai, a circa 4 settimane dalla data prevista per il parto, sono assolutamente rotonda, rotolo quando ho bisogno di muovermi, mi sento un elefante (con la differenza che quel pachiderma é di sicuro pi agile di me!).

Il 9 settembre siamo andati ad Odense, al matrimonio di un amico. Il programma era il seguente: ore 14 cerimonia in chiesa, ore 15.30 rinfresco a casa dei genitori della sposa, ore 18.00 tutti al ristorante (nell’invito era specificato di portare scarpe comode per passeggiata nel parco del ristorante). Essendo io abbondantemente incinta e quindi facilmente stanca, abbiamo chiesto allo sposo se preferisse averci alla prima parte (cerimonia + rinfresco) oppure alla sera (perché non avrei resistito tutta la giornata, anche in virt del fatto che non eravamo particolarmente interessati al matrimonio, abbiamo visto la sposa una volta sola e non conoscevamo nessuno degli invitati a parte lo sposo). La nostra presenza é stata quindi richiesta per la cena dalle h. 18.00.

Detto fatto, ci siamo presentati al ristorante in orario, c’erano gi alcuni invitati. Non vi sto a descrivere il look di alcune signore (giovani e meno giovani) perché qui la moda, l’eleganza meriterebbero davvero un capitolo a parte (concordi amica mia di Cope???). Lo sposo (che é un bel ragazzo) aveva un completo chiaro, non so ben definire il colore, diciamo quasi tinta oro, sgargiante; quando l’ho visto mi ha preso un colpo. Sulla schiena poi aveva dei laccetti a chiudere l’orrendo vestito: ma i laccetti quasi non si vedevano perché sormontati dalla ciccia. Comunque contenta lei, contenti tutti.

La cena é stata piacevole a livello culinario, diverse specialit tipiche. Ho mangiato volentieri ma ogni mezz’ora (come minimo) passavano i camerieri a portare un foglietto per ogni invitato, in cui erano stampete le parole di una canzone da cantare in onore degli sposi. Vecchie canzoni tradizionali danesi, ma con il testo adattato agli sposi. Una tortura che non vi dico. Poi a me le canzoni sembravano tutte uguali, stessa melodia, tanto che dopo un p ho cominciato a cantare pure io (e non avevo bevuto.).

Comunque pare che il fatto di essere italiana e di essere incinta sia stato motivo di attrazione per tutti gli ospiti. Addiritture donnine di una certa et che venivano a parlarmi e allo stesso tempo mi toccavano la panciona dicendo “ma che bella, che dolce, che carina blablabla.”

Dopo la prima parte del men, c’é stata la pausa caffé e ci hanno “traslocati” in un’altra stanza, dove si poteva anche ballare. L mi si é appicciato addosso un signore sui 60 anni, con un tasso alcolico evidentemente altissimo, che continuava a parlarmi in un inglese assurdissimo e continuava a chiedermi com’é il Messico. Si era messo in testa che ero messicana. Gli ho ripetuto un milione di volte che sono italiana ma pare che non gli interessasse!!!

Ad un certo punto della serata é arrivato il momento del ballo degli sposi: i piccioncini ballano una specie di valzer, circondati dagli invitati che battono le mani a tempo e piano piano si avvicinano agli sposi fino a rendere loro impossibile qualsiasi movimento. A questo punto arriva l’attacco allo sposo: gli amici lo prendono di peso, gli tolgono le scarpe e gli tagliano la parte finale dei calzini, in modo da lasciare le dita scoperte. Pure la mia che per nella fretta ha scattato una foto sfuocata.

Dopo il taglio del calzino c’é stata l’esibizione della giarrettiera da parte della sposa. La giovane ha quindi alzato il vestito e mostrato orgogliosa la cosciona, che a fatica poteva stare nello schermo di qualsiasi macchina fotografica. Praticamente pareva una colonna del porticato di piazza San Pietro, una cosa enormissima, un bel cosciotto da prosciutti.

Peccato che oggi non mi riesca di inserire le foto, lo far la prossima volta.

Comunque, dopo il taglio del calzino e l’esposizione del cosciotto, gli sposi hanno salutato tutti e se ne sono andati.

Fatta pure questa. Mi sto riposando, mi sto godendo il tempo libero, a volte mi annoio un p perché con ‘sta panzona non posso fare molto, sono spesso stanca ed essendo pesante faccio fatica a camminare.

Mai stata ad un matrimonio danese??????? Davvero?????

bene, allora ti ho raccontato io come funziona. Il mio matrimonio non faceva testo, era un mix italo danese pure nel modo in cui si é svolto. Ma il taglio del calzino lo hanno fatto pure a Claus: quando gli amici lo hanno sollevato di peso io sono scappata, avevo paura che combinassero qualcosa pure a me. Son, listen up, take off your clothes and get in the bed, then she should take off her clothes and get in the bed, if not help her. Son, listen up. Move real close to her and she should move real close to you, and then. Son, Listen up, this is the most important part. Stick the long part of your body into the place where she goes to the bathroom.”

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presentations, various administrative and sales management duties.

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I modelli met calosce e met stivali

Sempre e solo gomma? Magari col cambio di scarpe nascosto dentro la borsa. Mai pi La creativit degli artigiani che fanno il Made in Italy andata ancora “pi avanti”. Un calzaturificio di Bologna ha ideato e prodotto il modello ideale, adatto per una soir importante, malgrado sia garantito per il temporale flagellante.

Geniale: la parte che viene a contatto con l’acqua, anche quella che fuoriesce dai tombini, in gomma nera lucida effetto vernice, ma dalla linea di sopravvivenza ai piovaschi, ovvero la caviglia, non si pu fare a meno di notare materiali e cuciture in contrasto che trasformano l’altra met del modello in un elegante stivale. Il gambale pu essere in camoscio moro, nero,
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grigio, paupe ovvero una nuance calda del tortora; in pelle nero, moro, o blu; in vernice.

Chi non perde il buonumore nonostante il maltempo, sceglie il gambale nei colori tendenza fucsia, malva o blu russel. Non tutto: esiste la variante interamente sfderata in pelliccia, col bordo risvoltabile,
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per un effetto prezioso (e protegge i piedi dal freddo della gomma senza obbligo di calzini.). Fa vo lo so anche col tailleur griffato. Trib. 11321290154

ugg by jimmy choo Dalla Pop art alla Minimal Museo di arte moderna e contemporanea

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Nelle sale del primo piano del museo in mostra alcune opere della Collezione di Ileana Sonnabend recentemente arricchitasi di pezzi importanti come le famose serigrafie della Campbell Soup di Andy Warhol, dipinti di Rosenquist, di Oldenburg e di La mostra analizza in parallelo la produzione artistica italiana degli anni ’50, ’60 e ’70, con opere di Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Mario Schifano, Jannis Kounellis e Gilberto Zorio. Chiude la rassegna un capitolo dedicato alle correnti della Minimal Art e di La Collezione Permanente del Mart si arricchisce di un nuovo percorso: dal

29 settembre 2005 al 29 gennaio 2006 in mostra le opere americane e italianedella Campbell Soup di Andy Warhol, dipinti di Rosenquist, di Oldenburg e diinerenti all’industria culturale: Warhol era stato un designer di scarpe,.
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credits / produzione2. una radio trasmette, alcune persone ascoltano il notiziario all’interno di un locale a piazza Navona3. un manifesto annuncia l’orario del coprifuoco (22,30 5,00)5. soldati dietro su un carro armato sotto la porta di San Paolo, il carro armato è mimetizzato con foglie di edera7. carri armati e fotografie di guerra8. i manifesti che annunciano la pena di morte per i disertori9. uomini caricati sul camion dai soldati tedeschi,
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le donne spingono per l’ultimo saluto al proprio uomo10. donne sui balconi assistono alla scena poi rientrano, impaurite11. partigiani camminano in un boschetto12. una pinza taglia il filo di ferro13. un manifesto con le regole ferree contro gli scioperi e manifestazioni14. fotografie di esecuzioni capitali15. uomini fucilati per terra, sulla parete la scritta esempio16. foto di carri armati e opere pubbliche distrutte dalle bombe17. uomini impiccati con i cartelli addosso, altre vittime della rappresaglia in fotografie molto cruente19. cittadini che scappano lungo le scale di un palazzo bombardato, un ragazzino ferito viene trasportato in barella20. un altro giovanissimo lancia una bottiglia incendiaria contro un carro armato23. una foto con il Re insieme agli alleati24. la vita quotidiana nelle città distrutte: una bambina lava,
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una donna è seduta sulle pietre con un bimbo piccolo

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Leitmotiv della rassegna di IngegniCulturaModica edizione 2013, “Sulle tracce della Modica antica, uomini e storie , segni e parole” ,è raccontare la storia di un territorio , portando il visitatore là dove quella storia si materializza, nei luoghi e nei siti che ne documentano lo svolgimento storico, i valori culturali e gli aspetti artistici ,unificando idealmente eventi e luoghi con l’intento di raccontarli attraverso testimonianze, materiali e immateriali.

E a questa finalità non può di certo sottrarsi l’appuntamento previsto per il 23 agosto alle ore 19,00, nel clou dell’estate, a Modica Alta al Circolo “G. Di Vittorio”, punto di riferimento socio politico e crocevia privilegiato sin dal 1958 dei braccianti, lavoratori agricoli , cosiddetti “viddani”, della “Costa”, di “Piano del Gesù” e del “Consolo”, e prossimo alla piazza San Giovanni, cuore pulsante e strategico di un antico borgo, epicentro di battaglie politiche ,economiche e sindacali a vantaggio del lavoro e della classe operaia di un intero comprensorio , ove cavalieri, mastri ,impiegati e professionisti disponevano già di un ritrovo per il tempo libero, “Circolo” o “Società”.

Tema della speciale serata riservata a chi ha interesse a recuperare luoghi, memorie, tradizioni e proprie radici, rituffandosi nella Modica Alta di una volta, sarà “La Modica laboriosa, gli ultimi scugghitura”. Farà gli onori di casa il presidente del Circolo”G. Di Vittorio”, Enzo Roccasalva.

Traendo spunto da quanto efficacemente rappresentato sull sotto il profilo socio politico da Raffaele Poidomani in un suo articolo sul di Modica il 9 luglio 1961, i protagonisti della serata Peppino Giannone, Enzo Ruta, Giovanni Favaccio,Saro Spadola, Peppe Casa,
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Carmelo Cavallo,coadiuvati da Mario Incatasciato, presidente di IngegniCultura, avvalendosi ciascuno del proprio riconosciuto e apprezzato talento in ambito musicale, teatrale,poetico,storico,sindacale, imprenditoriale,organizzativo con l’ausilio di testimoni eccezionali dell’epoca, prossimi o già centenari ,cercheranno di ricostruire il dramma di migliaia di famiglie di contadini modicani che ogni anno, all’inizio dell’estate ,caricavano sui carri le loro masserizie, per trasferirsi verso le campagne dell Enna, Caltanissetta e ancora fin nelle campagne del palermitano. Obiettivo? Mietere le spighe nelle immense distese di campi seminati a grano della Sicilia Centrale.

Il frumento veniva mietuto a mano da squadre di contadini allineati sui campi e muniti di falce, che seguivano il ritmo del caporale. Nessuno doveva perdere il ritmo, a nessuno era consentito rompere il ritmo per riprendere una spiga caduta, che invece poteva essere raccolta dalle spigolatrici (solitamente donne). Il bisogno costringeva a ricorrere a tanto per poter sopravvivere.

La scena di centinaia di carri che verso la metà di giugno partivano da Modica era registrata come una sorta di pietosa transumanza.

Il degli spigolatori che sarà per l’occasione riproposto, edito da Control Data di Wiesbaden, Germania e interpretato dall’indimenticato compianto Duccio Belgiorno, dalla figlia Emanuela e da Gino Carbonaro registra quell’evento di storia locale, e dà la misura di quello che era il bisogno di chi affrontava il disagio di un lungo viaggio, le notti passate sotto le stelle, al riparo del carro sotto il quale veniva approntato un giaciglio. Spigolatori! Che consideravano una fortuna poter riportare qualche sacco di frumento ricavato dallo spigolare, nelle proprie case. Case che erano spesso grotte o dammusi,oggi perle di charme e cultura, abitazioni improprie disseminate su tutta la parte alta di Modica. Ma ci vivevano per dieci mesi all’anno, assieme all’asino e alle galline, migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini che conoscevano come le loro tasche le più desolate contrade della Sicilia del grano.

I momenti e i riti di queste tradizioni, sono mirabilmente rappresentati in versi dal poeta modicano Carlo Amore (1768/1841). Ingresso libero

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“Ma sono comodi”. Una chiosa che apre uno spaccato di vita e spacca in due un modo di vivere la vita (couture). “Ma sono comodi”. C’è forse un’altra ragione per indossare gli Ugg boots? No. “Ma sono comodi”. C’è forse un’altra ragione per endorsare gli stivali di montone che ci hanno regalato un passo felpato ops peloso nei Duemila? Quando insieme a tute Juicy Couture e Motorola magenta procedevamo a testa alta (e andatura palmata) verso sogni hiltoniani ops americani. No, gli stivali Ugg non sono mai stati DAVVERO tra le tendenze moda dell’anno. Sì, gli stivali Ugg sono SEMPRE stati le scarpe da avere, le scarpe da tirare fuori col primo e ultimo freddo, LE pantofole outerwear da 18 anni a questa parte. E poi, quando pensavamo di aver già raggiunto la quota scarpe primavera estate 2018 so bad it’s good con queste Crocs Balenciaga, gli stivali messi al mondo dal surfista australiano Shane Stedman tornano candidamente a farci visita. Per monopolizzare, forse, una volta per tutte, il mercato degli stivali moda 2018. Gli Ugg boots sono diventati degli Ugg cuissardes, gli Ugg boots sono diventati il mélange atomico tra babbuccia di montone e stivale sopra al ginocchio veeery fluffy.

Gli Ugg boots sono diventati degli Ugg cuissardes e lo scopriamo alla Paris Fashion Week Uomo. Lo scopriamo alla sfilata di Y/Project,
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brand che ha preso in prestito gli Ugg da Ugg, per farne dei cuissard effetto layering XXL. “Mettere un paio di Ugg è come affondare le dita dei piedi dentro un panetto di burro”, ha chiosato molto poeticamente Glenn Martens, creative director di Y/Project, su Vogue Magazine. “Così, ho pensato: perché non ricoprire di quel burro morbido anche tutte le gambe?”. Effettivamente, vuoi per i colori nude iconici della maison australiana, vuoi per l’allure (e la vestibilità) vellutata, gli stivali forse più contraffatti della storia li vorresti mangiare, abbracciare, tuffartici dentro a palmi aperti. Vorresti dire a tutti (senza MA): “sono ANCHE comodi”.
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Ilsito di modaRacked ha spiegato in un lungo articoloche il successo degli Ugg i famosi stivali in montone imbottiti dilana sembra inarrestabile, nonostante le molte critiche degli ultimi anni. Nel2012 una crisidelle vendite di circa il 30 per cento aveva fatto pensare al loro declino, ma secondo una ricerca del 2013 riportata dallo stesso Racked, il 25 per cento delle donne americane possedeva almeno un paio di Ugg. Nei giorni scorsi Deckers Outdoor Corporation un gruppostatunitense che produce e vende soprattutto scarpe, e che controlla il marchio Ugg ha pubblicato i risultati del secondo trimestre del 2015, che sono positivi: rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento delle vendite del 5,3 per cento e un incremento del fatturato nello stesso periododello 0,9 per cento, fino ad arrivare acirca 393,5 milioni di euro.

Gli esperti di moda (e gran parte della popolazione maschile) hanno spesso criticato gli Ugg,definendoli brutti e goffi, soprattuttoperchénon valorizzano le gambe;il lorosuccesso perònon dipendedallabellezzamadallacomodità. Inoltre l di recente è riuscita aconvincere i clienti ad acquistare anche altri tipi di calzature, come per esempio i sandali, che negli Stati Uniti vendono molto.

Gli Uggvenneroimportati negli Stati Uniti dall’Australia nel 1977 da Brian Smith, un surfista australiano che sitrasferìin California portando con sél indossare gli stivali imbottiticon i piedi bagnati dopo aver fatto surf. Grazie ai finanziatori iniziò a produrre duemila prototipi e a venderli nei negozi di attrezzature sportive. Dopo aver brevettato il marchio nel 1986 ( è il nome con cui veniva definito quel tipo di stivale in Australia), cominciò a promuoverlo anche come accessorio non sportivo: lapubblicitàmostravauna coppia vestita in modo casual conindosso gli stivali. All anni Novanta Ugg produceva circa tremila paia di stivali al giorno, edurante leOlimpiadi invernali di Lillehammer (in Norvegia) del 1994 gli atleti americani indossarono gli Ugg alla cerimonia inaugurale, facendo aumentare molto le vendite. Smith ha venduto la sua azienda alla Deckers Outdoor Corporation nel 1995.

Gli Ugg sono diventati dimoda verso la metà dello scorso decennio. Acontribuire al loro successo, soprattutto negli Stati Uniti, sono state testimonial come Pamela Anderson, che li indossava nella serie tvBaywatch, o la conduttrice Oprah Winfrey, che li ha definiti come i suoi accessori preferiti. Lihanno indossati spesso anche Paris Hilton e le attrici Kristen Dunst e Jessica Simpson; agli inizi degli anni 2000 molte riviste di moda li hanno definitilescarpe dell’anno.

Col tempo l aperto negozi in Europa, Giappone e Cina, per un totale di 140 punti vendita in tutto il mondo. Il presidente di Ugg, Dave Powers, ha detto a Racked che non tutti possono vendere i nostri prodotti. Siamo molto rigidi su chi autorizzare a venderli. Il prezzo, la collocazione e la distribuzione sono scelti in modo strategico.

Ugg non producesolo stivali, ma anche altri accessori, come sandali estivi, borse e paraorecchi, e di recente ha introdotto anche una collezione dedicata alla casa, con tappeti, cuscini e coperte, ed entro il 2017 assicuraPowers metterà in venditaanchegiacche e giacconi. Il direttore creativo di Ugg, Leah Larson, dicedi volersi concentrare anche sulla linea maschile: pochi sanno che l haanche unalinea uomo che rappresenta solo il 30 per cento di tutte le vendite; dal 2011 ne è testimonialil giocatore di footballTom Brady.
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foto ugg Gli studi umanistici servono per fare startup

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Marc Andreessen, uno dei più noti Venture Capitalist, ha detto che il destino del laureato medio in letteratura è quello di diventare un venditore di scarpe.

Peter Thiel è famoso come fondatore di PayPal e investitore, è anche famoso per la sua avversione nei confronti delle università. Finanzia studenti brillanti che scelgono di abbandonarle e ha definito le lauree come “antiquati beni di lusso comprati a debito”.

Eppure c’è chi continua a studiare prima di lanciare la sua startup, alle volte addirittura studia cose che sono molto distanti da quello che ci si aspetterebbe: le americane “liberal arts”, le materie umanistiche. E non si trova nemmeno male.

Un peso massimo che non la pensava come Andreessen e Thiel era Steve Jobs.

Non c’è di certo giusto e sbagliato su un tema così delicato, difficile da inquadrare numericamente e, in una certa misura, personale.

Quello che abbiamo è però una raccolta di opinioni se non pro umanesimo perlomeno contro una uniformazione “scientifica” nella preparazione di chi lavora nelle startup tecnologiche.

Elizabeth Segran ne ha scritto su Fastcompany riportando i pareri di chi un po’ di diversità la vede di buon occhio.

Stephen Yi,
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CEO della piattaforma di advertising Media Alpha, dice che gli studenti di materie umanistiche hanno una marcia in più nelle situazioni dove ambiguità e scelte personali contano.

Vince Broady, fondatore di Thismoment, una piattforma di marketing online che ha ricevuto 35 milioni di dollari di finanziamenti, vede il discorso su un piano ancora diverso. Influenzato dagli studi di teologia, sostiene che il non essere “tecnici” permetta di avere una visione più ampia, di domandarsi a fondo quale si vuole che sia l’impatto della propria startup, quale la sua portata.

“Studi persone che dedicano le loro vite alla propria fede”, dice. “Fallire rapidamente” non è la sua idea di impresa. Yi pensa invece a qualcosa di molto più “tradizionale”: l’azienda/idea deve durare per generazioni e non merita di essere lasciata alle prime difficoltà.
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Nella mattinata di oggi, a partire dalle 8,30, nell’Aula Magna del Liceo Scientifico “R. Caccioppoli” di Scafati, Donatella Di Pietrantonio, autrice di Arminuta vincitore del Premio Campiello 2017, incontrerà i giovani lettori del Liceo di Scafati

Ero l la ritornata. Parlavo un lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. ” Ma la tua mamma qual è? mi ha domandato scoraggiata. Ne ho due. Una è tua madre”. Una ragazzina di tredici anni con la valigia in una mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cos questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto una casa confortevole, le amiche pi care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per l’Arminuta (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte, a sé stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità,
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della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare. Per raccontare gli strappi della vita occorrono parole scabre, schiette. Di quelle parole Donatella Di Pietrantonio conosce il raro incanto. La sua scrittura ha un timbro unico, una grana spigolosa ma piena di luce, capace di governare con delicatezza una storia incandescente. Il libro ha incontrato il gusto dei ragazzi sia per la vicenda che per la scrittura scarna, asciutta, ma estremamente curata ed incisiva che svela man mano e con perizia la trama fin dall dell nella famiglia d per lei estranea e diversa sia culturalmente che socialmente. Emerge fondamentalmente la maternità come incapacità di accogliere e di consolare. Il vuoto affettivo crea una mancata identità nella giovane protagonista di cui, non a caso, non si conosce il nome. Scritto in prima persona dall ci regala il punto di vista della ragazzina ma anche dei brevi e suggestivi salti nel tempo, a significare che in qualche modo le protagoniste della vicenda sono andate oltre, hanno superato quella difficile età che è stata la loro infanzia. Potremmo definirlo un libro al femminile e un libro di madri in particolare: madri mancate, madri sospese, madri incapaci, madri bambine (le due sorelle), madri incuranti e madri granitiche (la guaritrice). Anche gli uomini non ne escono troppo bene, con l insensibilità, il distacco, la durezza che li caratterizzano. I ragazzi del Liceo Caccioppoli, nel corso dell’incontro inserito nell’ambito della Promozione della lettura Progetto Biblioteca di classe 2016/17 del Liceo “R. Caccioppoli” di Scafati, in collaborazione con il Punto Einaudi di Nocera Inferiore del Dott. Claudio Bartiromo, introdotto dal dirigente scolastico Prof. Domenico D’Alessandro e dalla referente del progetto Prof. Patrizia Polverino, presenteranno dei lavori compiuti sul testo e una breve drammatizzazione, ispirata ad una parte del volume.
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