ugg torino Vita in diretta 7 ottobre 2014

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Oggi pomeriggio, nel salotto di Cristina Parodi a La Vita in diretta, è stata ospite la grande cantante lirica Katia Ricciarelli, con la quale la padrona di casa ha parlato della sua infanzia e della sua vita amorosa, raccogliendo anche simpatiche dichiarazioni sul suo famoso ex marito, Pippo Baudo. Ma per iniziare, ecco ricordare la sua infanzia non facilissima, lei nata da una relazione della madre con un uomo sposato che la Ricciarelli non ha poi mai frequentato:

Avevo 12 anni e dissi a mia madre che c’era un signore che mi seguiva. Lo dissi a mia madre, che capì che era mio padre. Avendo avuto una mamma straordinaria, posso dire di non aver sentito la mancanza di un padre. Lei è stata mamma, amica, tutto per me.

Ho fatto anche l’operaia in una fabbrica di mangianastri. Mi sono fidanzata con il figlio del padrone, il mio primo amore, quello che si dice non si scorda mai. Poi io sono scappata a Venezia, perché volevo studiare canto, ed è finita.

Sull’amore intenso ma contrastato con il grande José Carreras, che all’epoca era già impegnato, dice solo:

Eravamo una bella coppia, eh.

E se è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle il passato e parlare del presente, la Ricciarelli si tiene sul vago, anche se ammette che il suo cuore ora batte per un uomo:

Sono innamorata, so che vuoi sapere di chi, ma non te lo dirò mai. Vorrei trovare un compagno che abbia bisogno di me, ma anche io devo avere bisogno di lui.

A chiusura dell’intervista, infine, una piccola battuta sull’ex marito non poteva mancare:

A Pippo devo dire grazie almeno di una cosa: una volta a teatro sono stata fischiata, poi uno di questi signori, alla fine dello spettacolo, è venuto a chiedermi l’autografo. Baudo lo ha preso, lo ha accompagnato alla porta, e lo ha preso a calci. E non è bello essere presi a calci da una scarpa numero 46, eh!
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Il mondo dell’autotrasporto si è dato appuntamento a Cernobbio per il 3 Forum Internazionale di Conftrasporto Confcommercio. Un’occasione per fare il punto sullo stato di salute del settore. La buona notizia è che il traffico merci in Italia cresce passando dai 437 mld t km del 2015 ai 448 previsti nel 2018, quella cattiva è che a beneficiarne sono esclusivamente gli operatori stranieri.

Per rendersene conto basta leggere i dati elaborati dall’Ufficio Studi Confcommercio sulle merci in entrata e in uscita dall’Italia attraverso la gomma. Nel 2005 36,9 miliardi di t km erano lavorate da autoveicoli immatricolati in Italia, 42,7 mld di t km erano appannaggio di altri Paesi tradizionalmente forti nell’autotrasporto tra gli altri Germania e Spagna e i veicoli immatricolati nell’Est europeo coprivano il 15,5 per cento. Il fenomeno si è acuito durante la recessione e non si è fermato neppure durante la timida ripresa del 2014 2015. Gli italiani hanno perso il 23 per cento di quota passando dal 36,4 per cento del 2005 al 13,4 del 2015 mentre le imprese con sede a Est del continente partendo dal 15,5 per cento hanno toccato nel 2015 uno share di oltre il 55 per cento.

A penalizzare i vettori nostrani sono soprattutto il costo del lavoro elevato e le lungaggini burocratiche. Aspetti sui quali si è soffermato Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio. “A salire sul banco degli imputati ha detto sono, ancora una volta, le nostre debolezze strutturali. Mi riferisco al deficit di infrastrutture e all’eccesso di burocrazia e di pressione fiscale, fattori che penalizzano e rendono meno competitive le nostre imprese. Basti pensare che per via di lungaggini e adempimenti burocratici, le imprese italiane di navigazione e di autotrasporto perdono complessivamente oltre un miliardo di euro all’anno in termini di guadagni e di fatturato. necessario fare presto e bene perché rischiamo di perdere un intero comparto che è di fondamentale importanza per l’economia e le prospettive di crescita del Paese”.

Quattro le priorità individuate per far crescere l’Italia: un contrasto più forte alla concorrenza sleale e al dumping sociale nell’autotrasporto; l’applicazione del principio “chi meno inquina meno paga”; l’incentivazione dell’intermodalità e la piena attuazione della strategia d’intervento “Connettere l’Italia” prevista per il settore e del Piano nazionale strategico della portualità e della logistica.

Attentato a Stoccolma: Conftrasporto scrive a Bruxelles “Subito un tavolo europeo delle imprese di autotrasporto”.

Dopo l’attentato di Stoccolma, l’ennesimo compiuto con un camion scagliato sulla folla, il presidente di Conftrasporto Confcommercio Paolo Uggè lancia un appello al commissario europeo Violeta Bulc: riunire già nei prossimi giorni le più grandi organizzazioni nazionali dell’autotrasporto in Europa sul tema della sicurezza.

Lettera aperta del presidente Uggè al commissario europeo dei Trasporti Violeta Bulc in cui Uggè esprime grande preoccupazione.

“Conftrasporto Confcommercio, che rappresenta circa 40 mila imprese che operano giornalmente in Italia e in Europa per il trasporto merci su strada vuole garantire ai propri operatori misure di sicurezza per operare scrive il presidente di Conftrasporto Lei sa bene che il lavoro dell’autotrasportatore comporta anche molte notti fuori casa, pernottando in cabina. Non possiamo permettere che la sicurezza di questa professione, entusiasmante ma anche complessa, possa essere minata. Siamo sempre stati e saremo al fianco dell’Europa e del Governo italiano per condividere tutte le misure necessarie in termini di sicurezza dell’automezzo, misure realizzate con azioni concrete. Temiamo pero’ conclude Uggè che, senza l’avvio di un confronto immediato con Lei, la situazione che si è venuta a determinare potrebbe portare a decisioni politiche che creerebbero danni allo svolgimento delle operazioni di viaggio, senza al contempo garantire i livelli di sicurezza necessari all’efficienza dei servizi e alla sicurezza dei cittadini”.

L’Europa ha preso posizione in merito ai costi minimi per la sicurezza nel trasporto merci. “Conftrasporto lo va dicendo ormai da mesi, anni. Ora che ad affermarlo sono i giudici della Corte di giustizia della Comunità Europea speriamo che qualcuno si decida ad ascoltare e ad agire di conseguenza. Anche se noto che nelle redazioni di certe testate giornalistiche una volta di più la notizia è passata inosservata”. amareggiato Paolo Uggè, presidente nazionale di Fai Conftrasporto e vicepresidente di Confcommercio per la “comunicazione che a volte perde per strada notizie importanti”, ma allo stesso tempo soddisfatto per la notizia, importantissima, arrivata da Bruxelles in materia di costi minimi indispensabili per per garantire la sicurezza del trasporto merci su strade e autostrade italiane. “I giudici della Corte di giustizia della Comunità Europea hanno riconosciuto sostanzialmente che questi costi vanno pagati”, sintetizza Uggè, “e lo hanno riconosciuto rispondendo a un preciso quesito presentato dai giudici di un tribunale italiano per ‘capire’ se un’altra disposizione europea (quella che si riferisce al rischio che possa essere pregiudicato il commercio tra Stati membri impedendo, restringendo o falsando il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune) non dovesse annullare le disposizioni del Governo italiano. L’ordinanza appena pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale è chiara e credo che tutti i magistrati italiani chiamati a occuparsi di costi minimi non potranno non tenerne conto. Ma anche lo stesso Governo dovrà rendere efficaci quelle norme così imprudentemente cancellate”.

Lo scorso 28 ottobre, sulla Milano Lecco, un cavalcavia è crollato: di conseguenza un tir si è ribaltato, crollando sulle auto che stavano passando sulla provinciale sottostante. La notizia ormai è nota, ha fatto il giro di tutti i quotidiani nazionali, e la cronaca dell’accaduto è stata setacciata finemente.

Qui di seguito, vi riportiamo l’intervento del presidente di Conftrasporto Paolo Uggè: “Da tempo Conftrasporto chiedeva il rigido rispetto delle normative riguardanti il peso degli autotreni che percorrono i nostri ponti. il caso di quelli che trasportano pesi eccezionali, per i quali è stata addirittura modificata l’interpretazione della norma del codice della strada. indispensabile che il principio della responsabilità condivisa sia applicato ponendo a carico dei committenti e di coloro che trasportano pesi superiori alla norma le responsabilità che competono loro. molto probabile infatti concude Uggè che le strutture del ponte si siano usurate nel tempo proprio per il continuo passaggio di autoveicoli che trasportano carichi eccezionali”.
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A furia di dirle (ma con garbo altrimenti si ottiene l’effetto opposto. ) che son bruttini e scomodi e costano tanti soldi, ha deciso che non li vuole più.

Titolo: Re: Visto che vi ho tediato con gli ugg. Mar Nov 22, 2011 12:49 am Non posso che approvare l’acquisto di un paio di scarpe. Da ginnastica Nike possibilmente al posto di quegli orribili scaldapiedi

Titolo: Re: Visto che vi ho tediato con gli ugg. Mar Nov 22,
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2011 12:51 am

pippi ha scritto:Non posso che approvare l’acquisto di un paio di scarpe. Da ginnastica Nike possibilmente al posto di quegli orribili scaldapiedi [list][]

Già possiede l’e air force tutte bianche basse.

Vedrò di indirizzarla su qualcosa di non troppo pacchiano.

Titolo: Re: Visto che vi ho tediato con gli ugg. Mar Nov 22, 2011 12:54 am ela ha scritto:

pippi ha scritto:Non posso che approvare l’acquisto di un paio di scarpe. Da ginnastica Nike possibilmente al posto di quegli orribili scaldapiedi [list][]

Già possiede l’e air force tutte bianche basse.

Vedrò di indirizzarla su qualcosa di non troppo pacchiano. Le silver (air max 97)secondo me sono imbattibili.

Non sono alte ma sono a mio parere le più’ belle Nike di tutti i tempi

Titolo: Re: Visto che vi ho tediato con gli ugg. Mar Nov 22, 2011 12:57 am io pensavo alte nel senso di alte fino alla caviglia,
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quelle che vanno di moda ora.

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Ieri sono stato a Tartu. Allora oggi vi parlo di Tartu e di come andarci anche voi. Tartu e la seconda citta dell si trova nel sud ovest del paese, non lontano dai confini con Russia e Lettonia. Sorge sulle sponde del fiume Emajgi ed è sede di un e prestigiosa università.

I monumenti piu importanti da visitare sono:

La casa di Michael Andreas Barclay de Tolly, generale dell Zarista durante le Guerre Napoleoniche sempre in Raekoja Plats, riconoscibile per l pendenza della facciata dovuta al cedimento della falda freatica.

Quello che pero e bello di Tartu e l cosi giovanile e vivace. La sua storica universita infatti e la piu prestigiosa d e i giovani studenti la mettono sempre al top delle loro preferenze quando arriva il momento di scegliere la carriera universitaria. Sfortunamente pero a Tartu la stazione dei treni non e attaccata al centro, ma a breve distanza, 1.5 km credo. Al momento e anche in ristrutturazione e molto fatiscente. Ci sono anche pochissimi treni al giorno, 3 o 4. Tragitto che dura dalle 2he30min ad altre 3 ore, a seconda del treno. Andata e ritorno vanno via con 250eek, 16 euro circa. Qui gli orari dei treni

Ci sono poi tantissimi bus che collegano Tallinn a Tartu. La stragrande maggioranza preferisce viaggiare in pullman, piu veloce e piu diffuso, anche se leggermente piu costoso (dai 20 euro in su per a/r). .

Se nella vostra vacanza vi fermate in Estonia piu di 4 giorni, consiglio vivamente un escursione nella piacevole Tartu!

1. puoi ubriacarti a bestia già sul treno (ma la gente ti guarda storta)

2. puoi spogliarti e buttarti nel fiume della città ghiacciato,essere salvato dal personaggio autore del blog e ricambiare la gentilezza tirandogli addosso 1 scarpa ke poi puntualmente finisce nel fiume e ti ritrovi ttt la nottata cn le scarpe di Mitsos 6 numeri + pikkole
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ladies ugg boots Visitabilità disimpegno con 4 porte per sogg

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Buongiorno vorrei avere delle delucidazioni riguardo alle dimensioni da utilizzare per un disimpegno.

Questo spazio disimpegna il soggiorno, il wc e 2 camere. è un monolocale vorrei disegnare un disimpegno il più piccolo possibile prevedendo magari di utilizzare delle porte scorrevoli.

Vi spiego in modo che possiate immaginare il contesto: dal soggiorno accedo al disimpegno e qui mi ritrovo a sinistra la porta della camera, di fronte il wc e a destra l’altra camera.

Che dimensioni utilizzereste voi?

E’ abbastanza urgente, vi ringrazio in anticipo per le risposte.

Le dimensioni minime dei disimpegni di progetto, più che dalla nostre opinioni e preferenze progettuali, sono dettate dalla normativa per il superamento delle barriere architettoniche. 236/89:

punto 8.1.9 Percorsi orizzontali e corridoi

“I corridoi o i percorsi devono avere una larghezza minima di 100 cm, ed avere allargamenti atti a consentire l’inversione di marcia da parte di persona su sedia a ruote ( Vedi punto 8.0.2 spazi di manovra). Questi allargamenti devono di preferenza essere posti nelle parti terminali dei corridoi e previsti comunque ogni 10 m di sviluppo lineare degli stessi.

Per le parti di corridoio o disimpegni sulle quali si aprono porte devono essere adottate le soluzioni tecniche di cui al punto 9.1.1, nel rispetto anche dei sensi di apertura delle porte e degli spazi liberi necessari per il passaggio di cui al punto 8.1.1; le dimensioni ivi previste devono considerarsi come minimi accettabili”

Detto questo, aggiungo poi che un disimpegno largo 1,10 1,15 ml possa essere più che sufficiente, soprattutto per un monolocale.

La dimensione minima di un metro, seppur ammessa,
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credo non sia troppo comoda nella vita di tutti i giorni (vedi il passaggio di mobili ecc.) e ritengo sia opportuno scegliere sempre dimensioni maggiori, contenute ma funzionali. 236/89:

punto 8.1.9 Percorsi orizzontali e corridoi

“I corridoi o i percorsi devono avere una larghezza minima di 100 cm, ed avere allargamenti atti a consentire l’inversione di marcia da parte di persona su sedia a ruote ( Vedi punto 8.0.2 spazi di manovra). Questi allargamenti devono di preferenza essere posti nelle parti terminali dei corridoi e previsti comunque ogni 10 m di sviluppo lineare degli stessi.

Per le parti di corridoio o disimpegni sulle quali si aprono porte devono essere adottate le soluzioni tecniche di cui al punto 9.1.1, nel rispetto anche dei sensi di apertura delle porte e degli spazi liberi necessari per il passaggio di cui al punto 8.1.1; le dimensioni ivi previste devono considerarsi come minimi accettabili”

Detto questo, aggiungo poi che un disimpegno largo 1,10 1,15 ml possa essere più che sufficiente, soprattutto per un monolocale.

La dimensione minima di un metro, seppur ammessa, credo non sia troppo comoda nella vita di tutti i giorni (vedi il passaggio di mobili ecc.) e ritengo sia opportuno scegliere sempre dimensioni maggiori, contenute ma funzionali.

Il problema derivava dal fatto che non riuscivo ad interpretare alcuni schemi del decreto, in definitiva ho scelto di lasciare un disimpegno profondo 1.2 m guardando lo schema al punto 8.1.1 del decreto 236/89, perchè devo essere in grado di raggiungere solo il bagno seguendo il criterio della visitabilità e quindi per l’accesso alle due stanze laterali non sono vincolato.
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Un facile sentiero (anche se con un notevole dislivello) consente in 30 minuti di raggiungere la grotta della risorgenza del fiume Bussento dal centro di Morigerati. Si passeggia lungo il torrente Bussentino in un ambiente parzialmente ombreggiato, sempre più fresco man mano si scende. Alla grotta si accede con una agevole scala illuminata dalla luce del sole. E’ possibile addentrarsi nella grotta per alcune decine di metri solo con scarpe adeguate e torcia (non c’è illuminazione artificiale). Le torce vengono fornite dal centro visite.

Dopo la visita alla grotta si può tornare verso il mulino e proseguire in direzione Sicilì per poi

b) proseguire verso il sentiero 901 che sale alla località Madonna dei Martiri e poi alla Grotta/Santuario di San Michele fino al centro di Caselle in Pittari.

Le scolaresche possono usufruire, per incontri, riunioni, attività, dei locali del Museo Etnografico di Morigerati e dei locali della ex scuola elementare, nel centro storico (su prenotazione).

Le origini di Morigerati si perdono nella notte dei tempi. Il primo nucleo dell’abitato potrebbe essere riconducibile ad un villaggio fondato dalla popolazione italica dei Morgeti, poi diventato una piccola colonia romana come testimoniano i ruderi in località “romanuru”.

L’origine dell’attuale del borgo si fa risalire ad un insediamento di monaci basiliani provenienti dalla Grecia e arrivati nel sud della penisola italiana in seguito alle persecuzioni iconoclaste (nel 730 l’imperatore bizantino Leone III ordinò in tutte le province dell’Impero di Oriente di distruggere le immagini di Cristo e dei santi come reazione all’eccessivo culto di icone e reliquie). I monaci basiliani si ribellarono al divieto e per sfuggire alle persecuzioni lasciarono la Grecia per rifugiarsi nell’Italia meridionale, privilegiando luoghi appartati, più sicuri e adatti alla contemplazione. I numerosi toponomi grecofoni, la venerazione dell’icona San Demetrio tutt’ora custodita nella chiesa di Morigerati, la celebrazione del rito ortodosso attestato almeno fino al 1697 e persino la gastronomia (le zeppole scaurate, dall’impasto cotto, fritto e poi cosparso di miele) rimandano ad un mondo greco orientale.

Saranno i normanni a togliere queste terre ai basiliani, poi gli angioini le concessero in feudo ai potenti Sanseverino. Successivamente, per vicende matrimoniali, passarono a Matteo Comite di Salerno per poi essere vendute ai Di Stefano che nel XV secolo fecero costruire il palazzo baronale dove tutt’ora vive una discendente della famiglia.

L’isolamento dalle grandi vie di comunicazione e la conseguente marginalità della zona ha provocato, dalla fine dell’800, una forte emigrazione verso le Americhe, in particolare verso il Brasile (a Belo Horizonte c’è la più grossa comunità di morigeratesi) proseguita per gran parte del ‘900 verso l’Europa e le grandi città italiane.

Oggi Morigerati si raggiunge facilmente su strade veloci. Come per vaste aree interne del Cilento, l’isolamente ha giocato a favore della conservazione sia della natura che di un mondo ricchissimo dei valori rurali del passato, al quale tutti oggi guardiamo con sempre maggiore interesse. La vita quotidiana di queste vallate è documentata nel museo Etnografico di Morigerati.

MUSEO ETNOGRAFICO DI MORIGERATI

Il museo etnografico di Morigerati espone oggetti e documenti della cultura materiale del territorio della Valle del Bussento raccolti a partire dagli anni Sessanta dalle sorelle Clorinda e Modestina Florenzano, le eredi del palazzo Baronale (dove ancora abita la signora Clorinda), che intuirono l’importanza della memoria in un periodo di cambiamento epocale per queste terre.

Grazie a loro migliaia di oggetti di uso comune di cui tutti si volevano liberare in nome della modernità furono salvati e conservati. Oggi il museo è diretto dall’antropologo Luciano Blasco.

Con circa 3.000 oggetti, centinaia di fotografie, registrazioni sonore di narrazioni biografiche, filmati di attività artigiane e feste locali, il museo etnografico di Morigerati invita ad un salto in un passato millenario, che per alcuni anziani del paese è ancora memoria viva.

Cereria. Di sicuro interesse sono gli utensili e gli stampi con cui sono prodotti, fino agli anni ’40 del ‘900, candele ed ex voto a forma di parti anatomiche in cera che venivano portati nei santuari. Questa sezione è il fiore all’occhiello del museo poiché raramente documentata in altre collezioni italiane.

Attrezzi agricoli. Nella sala dell’agricoltura sono esposti gli utensili ed i manufatti legati alla coltivazione, conservazione, trasporto e consumo delle colture locali: cereali, ulivo, vite, fichi e ortaggi. La semplicità degli strumenti narra di un’economia legata alla sussistenza e allo sfruttamento non estensivo del territorio. Tranne, infatti, poche porzioni di terreno pianeggiante presenti nel fondo valle, l’agricoltura era praticata soprattutto su aree collinari terrazzate con la costruzione di muretti a secco in pietra che hanno plasmato il paesaggio.

Il lavoro degli artigiani. A Morigerati erano presenti, anche in virtù della sua posizione isolata, tutti gli artigiani che provvedevano a realizzare utensili da lavoro e manufatti per la casa.

Tessuti. In mostra un vasto campionario della produzione tessile locale, in lino, canapa e in fibra di ginestra e gli attrezzi per filare e tessere. II procedimento era lungo e laborioso: dopo la macerazione delle piante si procedeva con il mangano per eliminare le parti legnose. La fibra così ottenuta era ancora grezza e grossolana, localmente definita “tramicella o tramicedda”, ed era usata per confezionare sacchi e teli. Lavorata ai cardi con chiodi sottili e fitti la fibra diveniva morbida (localmente denominata “stoppa” e “curina”) fino a realizzarne matasse e gomitoli con l’arcolaio. La lavorazione conclusiva era realizzata a telaio. Fino agli anni ’50 in questa zona si produceva e lavorava anche la seta che serviva per abiti ed accessori da cerimonia.

VAI AL SITO DEL DEL MUSEO ETNOGRAFICO DI MORIGERATI

Il museo si trova a Morigerati in via Granatelli, tel. 0974.982313

D’estate è aperto tutti i giorni (meglio prenotare).

Il Golfo di Policastro (Maraea Sapri, Villammare, Policastro Bussentino, Scario fino a punta Infreschi) e poi Marina di Camerota e Capo Palinuro: uno dei tratti di costa più spettacolari d’Italia

Il monte Bulgheria: si sale da San Giovanni a Piero (visitate il cenobio brasiliano) e Bosco (visitate la casa e il museo del pittore Ortega)

Il monte Cervati: il massiccio più alto della Campania, una delle rare aree di wilderness con lupi, cervi, lepre italica, gatto selvatico, e altri spettacolari fenomeni carsici (inghiottitoio di Vallivona).
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ugg boots usa Visita alla fabbrica e ai laboratori Meizu in Cina

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Visita dentro i laboratori che hanno permesso di far nascere Meizu Pro 7 e dentro la sua catena produttiva.

Una delle esperienze più interessanti che un giornalista di tecnologia può fare in Cina è quella di visitare una fabbrica. Il nome fabbrica forse non è il più esaustivo visto che i componenti vengono realizzati da compagnie diverse, ma quello a cui facciamo riferimento è principalmente una catena di assemblaggio. Durante il viaggio per il lancio di Meizu Pro 7 a Zhuhai ho avuto l’opportunità di visitare le fabbriche di MLTEC (ovvero controllata Meizu) e i laboratori dell’azienda.

Dopo averci portato in bus alla sede di MLTEC (a fianco alla FlyMe House) ci è stato spiegato che avremmo dovuto lasciare tutto all’ingresso e abbiamo quindi consegnato smartphone e fotocamere. Niente foto della linea produttiva. Abbiamo poi indossato una tuta in plastica bianca, coperto le nostre scarpe e passato il controllo di sicurezza. Considerando la quantità di leak che a volte trapelano è facile pensare che questi avvengano in luoghi differenti dalla catena di montaggio. Più di 2000 persone lavorano in questa fabbrica dove vengono assemblati Meizu M5 Note e Meizu Pro 7. Altri smartphone vengono assemblati in outsourcing presso altre aziende, come per esempio la famosa Foxconn.

L’ambiente è estremamente pulito e estremamente ordinato. Sembrava un ordine comunque ponderato e non improvvisato. Difficile che abbiamo “sistemato” solo per noi, più facile che venga sempre mantenuto estremo ordine per massimizzare la produzione ed evitare rallentamenti.

La produzione è divisa su due piani. Quello superiore si occupa di assemblare lo smartphone. In degli ampi stanzoni lunghe file di sgabelli ospitano gli impiegati che si occupano ciascuno di un singolo compito, che sia posizionare un adesivo o avvitare una vite. Dopo aver posizionato i componenti principali sulla scheda verde un enorme macchinario si occupa di “unire” insieme il tutto e creare grosse schede madri, che vengono poi divise in schede madri singole per gli smartphone. Dopodiché si passa alla connessione con la scocca posteriore e via via al componente successivo, passandosi il tutto a mano o sul nastro scorrevole. Ogni passaggio richiede al massimo 10 secondi. In una specie di gabbia di plastica troviamo poi due persone che si occupano di collocare il vetro sopra la fotocamera. La protezione serve per impedire che nell’ambiente ci sia anche il più piccolo granello di polvere.

Ogni dipendente colloca il cartellino in bella vista sul supporto delle lampade sopra di sé. Le facce che vediamo lavorare sono spesso molto giovani, ma (anche con un po’ di risentimento) ci è stato confermato che assumere minorenni è illegale in Cina e che i dipendenti della catena sono tutti maggiorenni.

La catena continua molto precisa fino al completamento dello smartphone, dove una ragazza appone una pellicola fronte retro su una grande quantità di Meizu Pro 7 e poi li pulisce a dovere. Vengono poi riposti in un contenitore che verrà portato al piano inferiore. Gli smartphone hanno all’interno installato Android stock e questo solo dopo aver passato i primi test di funzionamento. Al piano inferiore viene poi flashato il corretto firmware FlyMe. Vengono poi eseguiti una grande quantità di test, sulla fotocamera, sull’audio e così via. Allo stesso piano ci si occupa dell’assemblaggio della confezione, con l’aggiunta degli accesori, della manualistica e dello smartphone stesso. Ogni giorno vengono prodotti (dall’intera catena MLTEC) 20.000 smartphone. Per produrre un singolo smartphone dall’inizio alla fine della catena servono un’ora e 5 minuti. Un tempo che può sembrare anche lungo se si pensa che si tratta principalmente di assemblaggio, ma che dimostra come i passi necessari al completamento siano molti e che a ciascuno viene dedicato un tempo ragionevole.

Gli smartphone durante tutta questa catena passano molti test e nel caso dovessero fallirne uno,
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che sia di assemblaggio, software o hardware, passano ad un altra parte dell’azienda che si occupa di controllarli e risolvere il problema. Non ci sono stati dati numeri precisi ma ci è stato detto che la catena di produzione Meizu è la terza in Cina per minor numero di prodotti difettosi durante l’assemblaggio.

All’ingresso era poi presente una piccola showroom dove venivano mostrati tutti i modelli della storia di Meizu (partendo dal lettore mp4 Meizu M6 e arrivando a Meizu Pro 6 Plus), oltra a qualche gadget ancora inedito in Europa come un bellissimo smartwatch analogico.

Siamo poi stati trasferiti alla sede principale di Meizu dove sono collocati gli uffici di ricerca e sviluppo oltre che una grande quantità di ordinatissimi laboratori. Anche in questo caso è un peccato non aver potuto scattare foto che avrebbero raccontato da sole molto più di quello che possiamo dire a parole. Li abbiamo trovati particolarmente ordinati e chiari. Ogni stanza era relativa al test di un particolare ambito e al suo interno più macchinari erano disponibili. Nella stanza dedicata alla resistenza dello smartphone, erano presenti macchine che testavano migliaia di volte la caduta di un telefono, il suo rotolamento, la resistenza all’acqua, alla torsione o prova di scarica e carica continua delle batterie. Abbiamo poi visto macchine premere 50.000 volte il tasto home oppure i tasti del volume (10.000 volte). Questi test venivano fatti sotto i nostri occhi con smartphone già in commercio, ma ovviamente il loro utilizzo primario è studiare prototipi in via di sviluppo. Avevamo poi una stanza dedicata alle interferenze elettromagnetiche e alla temperatura di lavoro dello smartphone. Molto interessante anche il microscopio da 5000 ingrandimenti utile a capire se ci sono imperfezioni nei punti dello smartphone dove si uniscono parti diverse della scocca.

Il racconto del lavoro in fabbrica, qualsiasi esso sia, non è certo elettrizzante ma entrare di persona in una di queste catene mi ha permesso di vedere il tutto con una nuova prospettiva, lontana da quella del lavoratore sfruttato e oppresso che abbiamo riguardo alle fabbriche cinesi. Nonostante la visita ufficiale di una delegazione di giornalisti occidentali si respirava un’aria abbastanza rilassata, che non pensavo di trovare al mio arrivo.

Personalmente non avevo dubbi sul fatto che Meizu avesse pieno controllo di buona parte della sua catena produttiva, ma è stata una bella esperienza quella di visitare una fabbrica così ordinata ed efficente. Diventa subito più apprezzabile la differenza fra uno smartphone realizzato realmente dall’azienda che appone il proprio marchio su di esso e quello realizzato da molte aziende cinesi che, pur di vendere al prezzo minore,
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non si occupano di realizzare il prodotto ma lo scelgono invece da un catalogo.

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La realt virtuale realt aumentata talmente coinvolgente e stimolante che da spettatore rende protagonista di un reale con tutta la libert di esplorare e di interagire in un modo che, fino a poco tempo, fa era inimmaginabile. La prima reazione guardarsi intorno. Il panorama mozzafiato. Circondati dalla natura e dalla sua semplicit si cammina fino ad arrivare quasi in cima alla vetta di una montagna dove tutto diventa luce. Il mare all e un venticello fresco accarezza il viso e i capelli. E una sensazione bellissima. Quasi reale ma non lo E come succede nella realt induce a fermarsi un momento, guardarsi intorno e godersi il paesaggio.

E Edge Be brave esperienza interattiva di realt virtuale immersiva multisensoriale perch coinvolge con tutti i sensi, compresi tatto e olfatto. Immedesimarsi quindi diventa subito naturale. Basta un semplice gesto: indossare un visore, uno zaino a spalla e intorno cambia tutto. Si stabilisce all un collegamento emotivo con ci che si andr a vedere. In poco tempo, ci che si vede oltre i confini del proprio campo visivo, rende protagonista di un esclusiva e coinvolgente.

Per la prima volta in Italia c tempo fino al 31 dicembre per provare il nuovo Uqido VR Tour in un temporary store a Padova, in pieno centro. Si tratta, infatti, della prima tappa italiana che proseguir nelle pi importanti citt e anche all una nuova frontiera dell accessibile al costo di un biglietto al costo di 15 euro e 5 per gli studenti.

L stata creata da Uqido, una software house veneta, fondata startup nel 2010 da un giovane ingegnere informatico, Pier Mattia Avesani, che oggi progetta e sviluppa innovazione per le aziende e opera nella Virtual Reality utilizzando tutte le tecnologie disponibili sul mercato e, all inventandone di nuove.

Come in una vera scarpinata in alta montagna, l di Edge Be brave coinvolgendo tutti i cinque i sensi, totalmente dedicata a chi la vive. Si cammina su ci che si vedrebbe realmente: visualizzando le scarpe da trekking ai piedi, si percepisce quasi la fatica a percorrere il sentiero pietroso. Ma basta fermarsi ancora un momento, osservarsi attorno ed ecco che ritorna la sensazione di benessere che si prova alla vista di tutto ci che ci circonda. E la conferma che la tecnologia non tiene lontano l dalla natura ma pu riuscire ad educarlo a rispettarla.

Prima di concludersi, infine, c un ponte tibetano sospeso nel vuoto da attraversare. Ed l che ci si misura con il coraggio e la paura. Perch anche se sai che non reale, le emozioni lo sono. Adrenalina in sicurezza per perch quando ci si tranquilizza sar una libidine di emozioni. Insomma un da fare assolutamente, dopo ci si sente leggeri, consci di aver vinto una sfida con s stessi. Ecco perch le applicazioni sono e saranno in diversi campi, anche per riscoprire alcuni dei tesori dell della cultura e dell SMARTCLIP >
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I dodici mascherati che hanno dato vita a una processione da Corpus Domini sotto i balconi di Repubblica a Roma, gli scotennati di Como che hanno tolto e restituito la parola a gente pacifica che partecipava a una riunione in cui si parlava di solidarietà, la testata di una testa vuota a un giornalista che faceva il suo lavoro, il manipolo di Casa Pound che a Roma soffia sul fuoco degli abusivi, impugnando la bandiera del diritto alla casa di chi la casa non ce l’ha, sono con tutta evidenza un problema di ordine pubblico. E come tale va affrontato.

Ma rappresentano anche, come lo abbiamo definito qui, “il fascismo in pantofole”. E dalle pantofole agli “scarponi chiodati”, il passo può essere terribilmente breve.

Le due affermazioni appaiono a prima vista contraddittorie. Ma così non è. E cercheremo di spiegare perché.

Nelle ultime ore, alcune notizie sono confortanti e lasciano sperare che qualcosa finalmente si muova.

Le forze di polizia stanno individuando e denunciando i provocatori una volta venivano chiamati così delle due mascherate, in simil camicia nera, che hanno provocato sgomento fra gli spettatori dei Tg italiani.

Si dirà che non ci voleva molto, ma almeno si sta facendo.

L’energumeno che si è accanito a testate e manganellate sul giornalista che gli rivolgeva le domande, resta al fresco, almeno per ora, con la pesante accusa di violenza con l’aggravante mafiosa.

Intendiamoci: il problema rimane.

Sacche di neofascismo tendono a rigurgitare in diverse pieghe della società italiana; si abbassa l’asticella della tolleranza e dell’uso della ragione; Matteo Salvini e Giorgia Meloni, dal momento che in campagna elettorale non si butta via niente, lisciano il pelo al gatto, nella speranza di raccattare qualche voto in più.

Ma se lo Stato fa la sua parte, con l’uso delle leggi che già ci sono, si può quantomeno sperare che il micidiale mix di imbecillità e revanscismo fascista di seconda mano, di cui molti stanno facendo sfoggio in Italia negli ultimi mesi, sia contenuto in limiti accettabili.

In altre parole, se non vogliamo che il fascismo passi dalle pantofole agli scarponi chiodati, dobbiamo fare in modo che almeno si senta le scarpe strette.

Uno Stato antifascista dovrebbe servire innanzitutto a questo.

Ho lasciato per ultima, pur appartenendo allo stesso gruppo di episodi, la questione di Casa Pound e degli abusivi Roma.

L’atra sera,
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Virginia Raggi, sindaco 5 Stelle della Capitale, ospite a “Piazza Pulita”, ha pacatamente spiegato come sia finalmente iniziata la mappatura delle proprietà edilizie del Comune, un censimento che, per decenni e decenni, nessun sindaco né amministrazione comunale aveva neanche intrapreso.

E’ emerso un panorama desolante e scandaloso: con persone milionarie che sono proprietarie abusive delle case del Comune, al quale hanno versato per anni e anni canoni di locazione assolutamente irrisori. Ed è all’ombra di costoro che i giovanotti di Casa Pound, in nome e per conto dei senza tetto, e a favore di telecamere, “amministravano giustizia” nella speranza per fortuna fallita di andare a governare Ostia.

C’è da dire che gli affiliati di “Casa Pound” dopo quanto è stato denunciato dalla Raggi a “Piazza Pulita” forse farebbero bene ad andare alla ricerca di altri pascoli per “amministrare giustizia” in nome dei derelitti. Vedremo come andrà a finire.

Ma rimangono tante domande.

Di che si occupavano i sindaci di Roma, prima della Raggi, se non conoscevano neanche le proprietà del Comune da loro stessi rappresentato?Come è stato possibile non accorgersi degli interessi illeciti che proliferavano alle spalle dei poveri senza casa, iscritti da anni in graduatoria e che non ottenevano mai risposta?

E di cosa si occupava il PD romano, che oggi si dispera per l’avanzata dei 5 Stelle?

Matteo Orfini, presidente del Pd, appare quotidianamente in tv per parlare di Elena Boschi, e di quanto fu immacolato il suo comportamento nella storia di Banca Etruria. Non sappiamo se lo pensa davvero. Sappiamo, per certo, che non può farne a meno.

Ma sino a prova contraria Orfini, sino a tre mesi fa, e sin da quando esplose lo scandalo di “Mafia Capitale”, è stato “commissario” del Pd romano. Non ha nulla da dire sulle magagne che i 5 Stelle stanno scoprendo al Comune di Roma?

E quale ratio lo ha spinto, qualche settimana fa, a disertare sdegnato la manifestazione indetta a Ostia dai 5 Stelle, contro le mafie e il clan Spada, mentre oggi parte lancia in resta per analoga manifestazione del Pd a Como?

Una risposta, sia pur parziale, ce l’abbiamo.

Il Pd si è inesorabilmente incartato nell'”affaire bancario”,
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che con ogni probabilità sarà la sua spada di Damocle sino all’ultimo giorno di campagna elettorale. E non sa come uscirne.